Biennale Musica, Haino è il vero “Child of sound”. Ma il concerto divide il pubblico

Il concerto dell’artista giapponese, 74 anni, che lunedì riceverà il Leone d’oro alla carriera, ha lasciato spiazzati alcuni spettatori

Cristiano Cadoni

«La musica è l’infanzia dello spirito: un’esperienza che riconnette a uno stato primigenio di apertura, vitalità e potenza creatrice». Sono parole di Caterina Barbieri, direttrice della Biennale Musica. È stata lei a scegliere A child of sound (un bambino di suono) come titolo del festival di musica contemporanea che si è aperto sabato all’Arsenale. Ma più di tante definizioni, cosa sia la (ri)scoperta del suono e del piacere di crearlo in ogni forma possibile, lo ha mostrato l’artista giapponese Keiji Haino, 74 anni, che lunedì 12 ottobre riceverà nella sede della Biennale il Leone d’oro alla carriera. L’ha fatto con la prima assoluta di It has become something like this, un concerto di un’ora che è stato esattamente quello che prometteva di essere: un’esperienza fisica, viscerale e rituale che ha diviso il pubblico. E non come collettivo ma intendendo ogni singolo spettatore, chiamato a fare i conti con quelle sovrastrutture che ostacolano l’individuazione della musica dentro suoni meno convenzionali.

Haino vestito di nero, con occhiali scuri

Entrato in scena dopo il set di dissonanze e pianoforte silenzioso di Kara-Lis Coverdale (affiancata dal Leone d’argento Sarah Davachi), Keiji Haino - vestito di nero, con occhiali scuri - ha iniziato il suo concerto suonando due piatti e giocando con risonanze e frequenze, in mezzo al pubblico. Un gioco, per l’appunto, che ha strappato sorrisi e che è proseguito con due tamburelli, scossi, lasciati cadere insieme e separatamente, per produrre suoni diversi. Ma una volta raggiunta la sua postazione, Haino ha iniziato a esplorare nuove frequenze e a spingersi verso altri confini acustici, percuotendo martelletti di varie dimensioni sulle polygonole - strumenti metallici poligonali che producono vibrazioni bidimensionali - intervallando questa fase della performance con messaggi vocali (slogan di stampo politico, per quel che si è potuto capire) strillati al microfono, seguiti da un ricorso a distorsioni elettroniche e da nuove percussioni sui piatti per poi tornare alla parte più fisica della performance, quella in cui la voce e una sorta di danza hanno avuto prevalenza.

Spiazzato chi si è concentrato sull’estetica del suono

Si è divertito chi ha saputo tenere vivo lo stupore con cui Haino è stato accolto in scena, nella parte iniziale della sua performance, quando il suo spirito giocoso era più evidente. Sono rimasti invece spiazzati (e non sono pochi, visto che la sala ha perso una parte di pubblico all’intervallo) quelli che si sono concentrati sull’estetica del suono, peggio ancora se con la pretesa di trovarci dentro una qualche forma di musica conosciuta. Perché era proprio quello che - si può intuire - Haino voleva evitare.

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