Il questore Sbordone: «Droga, spacciatori nel mirino. Da loro nasce il degrado a Mestre»

L’intervista al nuovo capo della Questura in laguna: «Il borseggio a Venezia è più aggredibile della micro criminalità in terraferma». E sull’uso di stupefacenti: «Non c’è livello di allarme ma resta la criticità, tanti i consumatori»

Marta Artico
Il nuovo questore di Venezia Antonio Sbordone
Il nuovo questore di Venezia Antonio Sbordone

«Il problema principale di Mestre è la droga, come in tante altre città del Nord. Non siamo a livelli di allarme, ma le criticità ci sono, e bisognerebbe agire di più sulla domanda rispetto all’offerta».

Il nuovo questore di Venezia, Antonio Sbordone, mercoledì mattina a margine della sigla del protocollo per prevenire gli attacchi informatici al Mose, si è soffermato su uno dei temi centrali in terraferma: la lotta alla micro criminalità che gravita attorno al mondo degli stupefacenti. E mentre, fa sapere il capo della polizia di Venezia, la partita legata ai borseggi in centro storico è più aggredibile mediante tutte le strategie messe in campo, la partita della droga è più complessa.

C’è un’emergenza droga a Mestre?

«I problemi di Mestre sono legati allo spaccio. Non siamo a livelli di allarme, ma le criticità ci sono, perché c’è un buon numero di spacciatori e di assuntori».

Quali possono essere le soluzioni in campo?

«Bisognerebbe concentrarci di più sulla domanda, mentre noi tutti, a partire da forze di polizia, ci concentriamo invece sull’offerta, ma se l’offerta è così alta significa che esiste anche una domanda. Intervenire su questo fronte in modo più incisivo da parte di tutti quelli che possono farlo, mi pare la strada migliore, perché da lì poi parte tutto, e parte anche la situazione di degrado e di grande marginalità: i tossici che stanno agli angoli delle strade, si origina un po’ tutto da qui».

Tutto gira intorno allo spaccio, dunque...

«Se mi si chiede qual è il problema principale della città, dico che come altrove è legato alla droga e alla droga sono legati fenomeni di microdelinquenza: furti o rapine piccole, che per chi li subisce piccole non sono, uso questo termine perché parlo del cellulare, del borsello, che però generano un sentimento di insicurezza che dobbiamo combattere, perché esiste e non si può negare: se la gente non si sente sicura è un problema che dobbiamo porci, al netto dei dati. Oggi siamo in una fase storica in cui l’asticella si è alzata per quel che riguarda l’aspettativa di sicurezza della cittadinanza, un fatto positivo. Sto incontrando comitati che sono tutti collaborativi, capiscono che fare richieste irrealizzabili è un esercizio inutile e spiego che ci sono cose che non si possono risolvere: se vedi un tossicodipendente e la tua aspirazione è non vederlo più, non posso garantirtelo. Se prendiamo uno spacciatore con la bustina e non ce lo fanno arrestare, è un problema irrisolvibile, perché in prigione, non ci va, in Italia è così».

In centro storico, la piaga dei borseggi è di più facile risoluzione, secondo lei?

«È un fenomeno più aggredibile. Ci stiamo lavorando, serve personale appiedato, e personale in borghese. La deterrenza in questo campo può fare di più, e lo strumento che fa davvero più paura tra gli extracomunitari, è l’espulsione, più che l’arresto: le direttissime aggravano il nostro lavoro, poi c’è l’udienza, tornano in libertà, bisogna impiegare il personale per sorvegliarli. Sull’espulsione invece ci battiamo molto, perché il danno glielo fai. E c’è un ragionamento ad ampio spettro da tenere in considerazione, c’è il tema della motivazione dei nostri che non va mai sottaciuta: se ne accompagni almeno uno alla frontiera, hai fatto goal, altrimenti è complicato».

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