Venezia dopo il Coronavirus: «E' l’occasione per cambiare, più visione e meno turismo»

VENEZIA. Bisogna osare, con intelligenza, ma bisogna osare. È questo il filo conduttore del libro «Venezia secolo ventuno», edito da Anteferma, scritto dall’architetto urbanista Sergio Pascolo, udinese trapiantato da anni a Venezia.
Docente Iuav e allievo di Vittorio Gregotti, Pascolo ha il suo studio in città proprio dove un tempo quello c’era Carlo Scarpa. Crede nel pragmatismo visionario e nelle utopie concrete, ovvero nella possibilità di realizzare progetti avanguardisti. Il suo libro è uscito in pieno lockdown.
Avrebbe cambiato qualcosa?
«Nell’introduzione avrei sicuramente aggiunto che quanto sta accadendo, nella sua tragicità, può essere l’occasione di cambiare. Basta con la monocultura turistica, bisogna mettersi in gioco su più settori. La città è come un organismo vivo: se si nutre ogni giorno di un solo cibo, anche se è il migliore, prima o poi ne risente tutto il corpo. Per il resto lo avrei lasciato così».
Lei parla di una Venezia che può essere un vero modello su più fronti, anche su quello energetico. Come?
«Ho portato alcuni esempi, due su tutti. In passato, come ricostruisce il libro Venezia e le sue acque di Piero Bevilacqua, a Venezia c’erano tantissimi mulini. L’idea proposta è quella di sfruttare l’energia dalle maree, come si sta sperimentando per esempio a Londra nel Tamigi. Si potrebbero installare nelle briccole delle piccole turbine e anche ai pontili di imbarco dei vaporetti. Solo con i pontili pubblici, si potrebbero produrre 41 mila ore di energia che possono essere utilizzate per l’illuminazione. L’altro esempio è un modo per rilanciare anche il settore del vetro. Per l’energia elettrica è stato stimato che nei forni muranesi un’efficienza di recupero del calore del 4% copre il fabbisogno aziendale di energia elettrica e il 6% quello di tutta l’isola. Ci sarebbero poi tantissimi benefici: riduzione dei consumi e di emissioni in atmosfera e tanto altro».
Non mancano idee sul Porto. Come potrebbe diventare?
«Potrebbe diventare un porto ponte, mi spiego. Se il futuro, come spero, è quello di far arrivare soltanto navi di piccole dimensioni, lo spazio della Marittima potrebbe essere ripensato come un luogo verde e aperto con locali, ristoranti e spazi per i giovani e per la musica, il tutto davanti a velieri o ad aliscafi o ad altre imbarcazioni che non siano le grandi navi. La riconfigurazione dell’area permetterebbe di coniugare le funzioni portuali con quelle della città. Lei invita a utilizzare le chiatte per più funzioni. Quali? Il concetto è che viviamo in una città d'acqua e l’acqua può dare tantissimo. Per esempio, i mercati galleggianti. Gli imprenditori locali, come già avviene a Santa Marta, possono arrivare a Piazzale Roma per poi installare il proprio banco su una chiatta o su un ferry boat e spostarsi per la città, fermandosi nelle aree individuate. Il ferry boat può essere poi utilizzato anche per il cinema all’aperto, ovviamente quando si tornerà alla normalità. La chiatta comunque ha un impatto zero, abbatte le barriere architettoniche e ha un costo irrisorio».
Un altro capitolo sull’acqua è dedicato alla voga e a all’importanza di incentivare questa tradizione. Venezia capitale verde d’Europa. Come?
«L’Europa promuove programmi e progetti che migliorano la vita e premia le città che lo fanno, come quest’anno Lisbona. Noi abbiamo due potenziali polmoni: San Giuliano che ora è a metà e il bosco di Mestre che è solo al 20%, quindi due grandissimi potenziali di verde».
Cosa serve per concretizzare questi progetti per la città?
«Bisogna osare, come stanno facendo anche altre città, tenendo presente che ogni ricerca porta innovazione e studiosi e quindi possibilità ai giovani di lavorare, alle imprese di sperimentare nuove tecnologie. Le idee che ho raccolto nel libro, come specifico in ogni capitolo, sono state elaborate insieme a studenti o frutto di ricerche. Ci sono tante persone che vorrebbero vivere qui e ci sono tante opportunità oltre al turismo, penso solo alla grande potenzialità del digitale. Inoltre tante di queste idee oggi possono trovare finanziamenti dall’Europa che incentiva Se si avesse il coraggio di provare a fare delle scelte, Venezia verrebbe vista da tutti non solo come una città unica, come già avviene, ma anche come una città proiettata verso il futuro». —
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