Venezia, 1800 preadolescenti in pellegrinaggio ad Assisi. Moraglia: «Andate oltre le apparenze e i social»
La Chiesa Veneziana e l’invito ai ragazzi di guardare al Santo come un ragazzo come loro, che amava le feste e cantava per strada

Non il santo con il saio e i piedi scalzi, ma un ragazzo di sedici anni, ricco, spensierato, popolare. Uno che amava le feste, cantava per strada e sembrava avere tutto. È da qui che parte l’omelia del patriarca di Venezia, Francesco Moraglia rivolta ai 1.800 preadolescenti che questo weekend sono scesi in pellegrinaggio ad Assisi.
Un invito, quello della guida della Chiesa veneziana, a guardare a Francesco d’Assisi non come a un’icona distante, ma come a un coetaneo inquieto, alla ricerca di qualcosa che desse senso alla sua vita. Perché anche quel ragazzo, il “re delle feste” di Assisi, sentiva dentro un vuoto. Non bastavano gli amici, i soldi, la popolarità. Cercava altro. Una tensione che l’omelia accosta a quella dei discepoli raccontati nel Vangelo di Vangelo di Luca, in cammino verso Emmaus: smarriti, delusi, incapaci di riconoscere subito il Risorto.
Così anche Francesco, affascinato dall’idea di diventare cavaliere, parte per la guerra contro Perugia convinto di conquistare gloria e fama. Ma il sogno si infrange: la sconfitta, la prigionia, un anno di buio e malattia. Un fallimento che segna una svolta. È lì che comprende quanto siano fragili le ambizioni costruite sull’apparire e sul successo.
«Quante volte anche a noi capita di voler essere qualcuno a tutti i costi? Vogliamo essere il più bravo nello sport (il numero uno della squadra di calcio!), a cantare, a suonare la chitarra, a ballare oppure essere chi ha più follower o è leader del gruppo, magari pensando che la felicità stia nell’avere o nell’essere ammirati o addirittura invidiati», spiega il patriarca ai ragazzi, «In carcere Francesco capisce che quella gloria è di natura sua effimera; anzi, per lui è finita, è svanita. La sua vera vocazione non era dominare sugli altri, ma qualcos’altro».
Il parallelo con i ragazzi di oggi è diretto: in una società dove l’apparire conta più dell’essere, in cui c'è fame di riconoscimenti esterni forse perché a mancare è proprio quello interno, la domanda resta: basta questo per essere felici?
La risposta, nella vita di Francesco, arriva in modo inatteso. Dopo la prigione, ancora inquieto, si trova davanti a ciò che più teme: un lebbroso. In un tempo in cui la lebbra significava esclusione totale, paura e stigma, l’incontro è uno shock. Prima l’istinto di fuggire, poi la scelta opposta: fermarsi, scendere da cavallo, avvicinarsi. E riconoscere, in quel volto rifiutato da tutti, il volto di Cristo.
«Care ragazze, cari ragazzi», conclude il patriarca rivolgendosi direttamente ai preadolescenti, «la vocazione di Francesco non è stata innanzitutto quella di diventare prete o frate. È stata, prima di tutto, una chiamata a diventare discepolo di Gesù. Ecco che allora, a 12/13/14 anni, la tua vocazione non è solo decidere (quante decisioni rimangono tali!). No, non basta decidere. Tu devi scegliere! Voglio essere il re delle feste, il leader di un gruppetto di coetanei? Mi basta questo o desidero per me, per la mia vita, qualcosa di differente? Francesco ha scelto di non essere solamente il re delle feste. dei giovani di Assisi, per diventare il fratello di tutti. Così ha scelto la vera vita ed è divenuto una “pietra viva”, solida, compiuta, realizzata, su cui si può fare affidamento».
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