Velo islamico, è polemica a Mestre: «A scuola con il volto scoperto anche le mamme»

Dopo le parole del sindaco Simone Venturini sul velo integrale, l’imam Arif Mahmud difende la libertà di scelta delle donne musulmane. A scuola il confronto sull’integrazione: «Rispetto della donna e dei diritti»

Marta Artico
Una mamma con il velo accompagna il figlio a scuola
Una mamma con il velo accompagna il figlio a scuola

«Il tuo hijab è la tua corona, portalo con fierezza». Arif Mahmud, imam e presidente dell’associazione Ittihad che fa riferimento al centro di culto chiuso di via Piave, ha risposto con un post animato all’uscita del sindaco, Simone Venturini, che ha definito il velo integrale un «abominio», riaccendendo la polemica su usi e costumi di una parte della comunità bengalese. Venturini lega la realizzazione di un luogo di culto all’integrazione della comunità, che gira anche attorno al volto coperto delle donne, fa capire il primo cittadino.

«La donna musulmana che sceglie volontariamente di indossare l'hijab o il burqa per preservare la propria modestia, non è forse degna di rispetto? Mancare di rispetto a questa sua diversità non può certo essere il segno di una società civile» ha scritto in una lettera aperta l’imam. Nel post ha citato il hijab, velo che lascia scoperto il volto, ma nell’immagine scelta, la donna ha solo gli occhi a vista. Qualche giorno fa in un altro post era arrivato a scrivere «Burqua is freedom».

Tema divisivo

L’imam Hammad al Mahamed, siriano teologo della Comunità Islamica di Venezia e Provincia, ha ribadito che il «Burqa è una consuetudine locale e non è obbligatorio». Ma il sempre maggior numero di donne bengalesi coperte, con gli abiti tradizionali o con una semplice mascherina sul volto, fa discutere la città.

Nel 2022, va detto, la moglie dell’imam, era stata picchiata a Marghera, proprio perché girava con il volto coperto, tanto che a Mestre era stata organizzata una manifestazione in sua difesa, contro la violenza alle donne, anche quelle che si coprono.

Integrazione sui banchi

È una questione aperta anche a scuola. L’istituto comprensivo Grimani di Marghera, è un istituto «di frontiera». Il 75% degli alunni è di origine straniera, con bakground migratorio, più del 50% di bambini sono bengalesi. Ben 38 sono le nazionalità differenti. Si fanno attività di ogni tipo, ci sono docenti bravissimi e super formati in metodologie all’avanguardia per superare la barriera linguistiche.

A scuola politica e polemiche non entrano, il dirigente, Massimo Cono è chiaro: «Applichiamo alla lettera la Costituzione, garantiamo il diritto a quelli che sono i nostri alunni, indipendentemente dalla provenienza etnica o linguistica, insegniamo l’educazione civica improntata agli articoli della Costituzione, lingua e cultura italiana, perché questi alunni saranno i cittadini di domani e persone che avranno responsibilità e ricopriranno ruoli, magari diventeranno anche sindaci, come a New York.

Non sono stranieri, sono nuovi italiani. Molti non sanno neanche il Paese di provenienza dei genitori dove non sono mai stati e se gli chiedi di che nazionalità sono, rispondono che sono di Marghera o Mestre, sono figli di lavoratori di Fincantieri, i quali li mandano a scuola perché vogliono che migliorino il loro status sociale. Il nostro sforzo è portare avanti le indicazioni ministeriali nel rispetto di tempi e apprendimento di tutti». Bambine con il volto coperto? «Nessuna», risponde.

«Qualche mamma veniva a ricevimento con solo gli occhi scoperti, abbiamo spiegato che quando si parla con i docenti non è necessario, e ci hanno ascoltato. E pertanto per chiedere notizie dei figli, si scoprono il viso. Non ci sono stati particolari problemi. In Italia non abbiamo una legge in questo senso, ci siamo sempre trovati di fronte a genitori che collaborano».

C’è chi salta la scuola per la fine del Ramadan? «Il Comune ha introdotto una regola corretta, che vale pere tutti. Chi salta il pasto, che sia per la festa del patrono, malattia o per un'altra ricorrenza religiosa, deve avvisare, altrimenti paga il costo di 5 euro. Vale per alunni di qualsiasi provenienza».

Di altro avviso Luigi Zennaro, presidente provinciale Associazione nazionale presidi: «Purtroppo c’è un gap a livello legislativo e ministeriale. A scuola tutti dovrebbero venire a testa scoperta, senza velo di ogni genere, perché rende le ragazzine diverse e identificabili. Altra partita quando si raggiunge la maggiore età, forse sbaglio, ma la penso così». Poi racconta un aneddoto: «L’altro giorno ho ricevuto una ragazza che aveva abbandonato la scuola, venuta con il padre. A parte il fatto che ho riempito di parole il papà, lei adesso aveva il velo, non le copriva il viso, ma arrivava fino ai piedi».

Focus sul rispetto

«L’attenzione va posta sul rispetto della donna, non su come si veste, se utilizza o meno il velo» dice pacata la dirigente dell’Istituto Barbarigo, Rachele Scandella, «Ricordate le nostre nonne come si coprivano? A cosa servirebbe togliere il velo alle ragazze islamiche se poi non educhiamo ai diritti? A nulla», dice.

«Non dobbiamo nascondere che l’integrazione non è compiuta, bisogna lavorare a livello educativo, ma senza contrapposizioni. Il politico deve chiedersi “L’obiettivo è il rispetto della donna o il fatto che usi o meno copricapo?”. È un lavoro lungo e impegnativo, bisogna darsi da fare senza pretendere che le cose cambino dall’oggi al domani. È sulla concezione della donna che dobbiamo impegnarci, potenziare la scuola, per affrontare le nuove sfide. La contaminazione tra le culture ha mandato avanti la società, i frutti puri impazziscono, diceva un noto antropologo. Ma ripeto, dobbiamo cambiare, noi e loro».

 

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