Troupe assalita in stazione, l’amministratore di sostegno: «Fermate il mio assistito prima che sia troppo tardi»
L’avvocato Alexander Guedj tutela il 23enne colombiano e spiega che un giudice ha ordinato la detenzione in Rems: «Può compiere qualsiasi gesto»

All’indomani dell’aggressione a una troupe Mediaset avvenuta mercoledì18 febbraio scorso in stazione, l’avvocato Alexander Guedj, amministratore di sostegno di F. ha deciso di fare chiarezza su come si sia arrivati a quel gesto.
Il ragazzo, 23 anni, nato in Colombia e adottato da una famiglia italiana di Santa Maria di Sala, ha aggredito la giornalista e il cameraman con calci e pugni, in “zona rossa” della stazione, senza provocazione apparente.
«Ha gravi problemi di salute mentale»
Ma, spiega Guedj, dietro quell’aggressione non c’è solo degrado urbano o insicurezza: c’è una serie di disfunzioni istituzionali che ha lasciato F. senza tutela né supporto. «Lui non è un delinquente. È un ragazzo con gravi problemi di salute mentale che avrebbe dovuto essere protetto. L’aggressione alla troupe non è un fatto di cronaca nera: è il risultato di una catena di disfunzioni istituzionali note. E la prossima volta potrebbe andare molto peggio», sottolinea l’avvocato.
Sin dall’infanzia è stato seguito dalla Neuropsichiatria Infantile dell’Usl 4 per un disturbo da deficit di attenzione con Iperattività e per difficoltà emotive. Crescendo, la situazione si è aggravata fino a una diagnosi di Disturbo da deficit di attenzione e iperattività combinato, associato a immaturità intellettiva e affettiva e a polidipendenza da alcool e sostanze.
Socialmente pericoloso
La perizia psichiatrica lo ha definito socialmente pericoloso, ma bisognoso di “cura” più che di “controllo”. La valutazione del SerD di Mirano nel 2023 ha evidenziato un QI globale di 61, con marcati deficit cognitivi, e Guedj spiega: «F. non è in grado di prendersi cura di sé, non ha consapevolezza della propria malattia e senza un adeguato supporto terapeutico in ambiente protetto rappresenta un pericolo per sé e per gli altri».
La vicenda giudiziaria di F. mostra le fragilità del sistema. Pur riconosciuto affetto da vizio parziale di mente e sottoposto a libertà vigilata, la misura non ha funzionato: ha violato ripetutamente le prescrizioni e i residenti della zona avevano segnalato comportamenti antisociali e pericolosi.
Nel novembre 2024 il Gip aveva disposto l’aggravamento della misura con il ricovero in Rems, ma l’ordinanza non è mai stata eseguita. Solo a luglio 2025 è stato ricoverato a Nogara, ma dieci giorni dopo la procura ordina la dimissione in esecuzione della sentenza definitiva, ignorando il quadro di pericolosità noto.
Vive in cimitero
«Resta da comprendere come sia stato possibile disporre la dimissione senza contestualmente chiedere al magistrato di Sorveglianza un provvedimento urgente e provvisorio per mantenerlo in una struttura protetta. Il risultato è stato un vuoto di tutela di quasi tre mesi, durante i quali F. è finito prima in ospedale, poi in strada, poi nel cimitero di Ponte San Nicolò dove vive ora», racconta Guedj. Dopo l’autodimissione dall’Spdc dell’ospedale di Dolo, avvenuta nonostante il parere contrario del suo amministratore di sostegno, F. ha vissuto in completa precarietà. «Come è possibile che l’autodimissione di un paziente con un quoziente intellettivo di 61, privo di consapevolezza di malattia, senza fissa dimora e senza rete familiare, venga accettata nonostante il parere esplicitamente contrario del suo amministratore di sostegno?» si chiede l’avvocato.
Nei sei mesi successivi ha dormito tra cartoni e coperte nel cimitero, rifiutando anche le proposte di accoglienza invernale offerte dai servizi sociali. Secondo Guedj, il caso mette in luce le gravi lacune della legge Basaglia e dei protocolli locali come l’art. 14 bis del regolamento di Polizia Urbana di Padova. La norma prevede che il supporto alle persone in disagio psicofisico sia volontario, senza alcuna costrizione.
«Sulla carta è un proposito nobile. Nella realtà, il sistema si autoassolve: l’offerta è stata fatta, il rifiuto è stato registrato, la pratica è chiusa. E il malato torna in strada. Non è inclusione. È abbandono con le carte in regola», denuncia l’avvocato. —
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