Tornado di Venezia, 56 anni dopo si cercano i testimoni: «Raccontateci quel giorno»
Iveser prepara un documentario e un archivio digitale sulla tragedia dell’11 settembre 1970. Cercati sopravvissuti, soccorritori e residenti, ma anche fotografie, filmati e documenti privati dell’epoca

C’è chi quel tornado lo ha visto arrivare, chi ne ha vissuto la furia e chi nelle ore successive ha partecipato ai soccorsi. A più di mezzo secolo di distanza, Venezia cerca le loro voci e i loro ricordi. L’Iveser, l’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea, lancia un appello ai testimoni del tornado dell’11 settembre 1970, una delle pagine più drammatiche della storia recente della città.
L’obiettivo è raccogliere testimonianze e materiali per realizzare un documentario e un archivio digitale dedicati alla tragedia, conservando la memoria di chi visse in prima persona quelle ore.
L’appello ai testimoni
L’Iveser cerca sopravvissuti, soccorritori, residenti di Sant’Elena e degli altri luoghi colpiti, ma anche chiunque conservi un ricordo diretto di quel giorno e di quelli immediatamente successivi.
Non soltanto racconti. L’Istituto invita i veneziani a mettere a disposizione anche fotografie, filmati, documenti e materiali privati dell’epoca, che potranno contribuire alla ricostruzione storica e al nuovo archivio digitale.
La ricerca partirà in particolare da Sant’Elena, grazie alla collaborazione con l’associazione “Chiostro a Sant’Elena”, che aiuterà l’Iveser a rintracciare i primi testimoni nel quartiere.

«Salvare i ricordi di chi c’era»
«La memoria storica è il vero collante della nostra comunità. Senza la salvaguardia dei ricordi di chi ha vissuto in prima persona questi eventi, rischiamo di perdere pezzi fondamentali della nostra identità veneziana», spiega Marco Borghi, presidente dell’Iveser.
Il progetto, sottolinea Borghi, non vuole limitarsi alla ricostruzione della cronaca del tornado: «Questo documentario non vuole solo ricostruire la cronaca di un cataclisma, ma intende restituire dignità alle storie umane che lo hanno tragicamente attraversato».
Chi possiede testimonianze, fotografie, filmati o documenti e vuole contribuire alla ricerca può contattare l’Iveser scrivendo a info@iveser.it oppure telefonando allo 041 8502357.
La storia di Olga Papadia e Gian Luigi Belloni

Le voci che l'Iveser cerca sono quelle come la loro: Olga Papadia e Gian Luigi Belloni vivono ancora a Sant'Elena, nella casa che quella sera del 1970 fu centrata in pieno dal tornado. Il loro racconto è uno dei tanti che rischiano di andare perduti.
Era il 1970, poco dopo le 21.30 di una torrida sera di fine estate, quando un tornado di forza 4 nato sui Colli Euganei si lanciò verso la laguna. In mezz'ora attraversò lo specchio d'acqua e andò a spegnersi in Adriatico. Le raffiche, oltre i duecento chilometri orari, devastarono la pineta e sgretolarono le case.
Tra quelle case c'era quella di Olga Papadia e Gian Luigi Belloni, oggi ancora residenti nel quartiere. Quella sera lei era a letto con i due figli, di nove e sei anni, ed era incinta di sei mesi della terza, che si sarebbe chiamata Lorenza. Le finestre erano aperte per il caldo. Quando il marito rientrò, il vento si scatenò all'improvviso: i due non riuscirono a chiudere i vetri, ma ebbero il tempo di svegliare i bambini e portarli in ingresso. Fu la mossa che li salvò.
Pochi istanti dopo crollarono le pareti della terrazza e delle camere, e i letti finirono sotto le macerie. I detriti, ricordano, «arrivavano come proiettili». Nella stanza del figlio, al posto del soffitto, c'era il cielo.
Se la cavarono con ferite lievi. Olga fu ricoverata per accertamenti, mentre Gian Luigi visse per sei mesi da profugo al Lido con i bambini. «Dormivo con loro ai lati, tenendoli con le braccia larghe come Gesù», racconta.
Da quella notte è nata un'idea diversa del tempo. «Da quella volta ho vissuto l'attimo, e lo vivo ancora», spiega lei. Il marito parla di responsabilità verso sé stessi e gli altri, perché «non sappiamo se avremo altro tempo».
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