Sfregiata con l’acido, l’esecutore è un ventenne: scatta la caccia al mandante
Svolta nelle indagini sull’aggressione del 26 giugno a Peseggia: i carabinieri hanno identificato un 22enne macedone, già in carcere. Si indaga sul possibile mandante

Un telefono acceso nel posto sbagliato. Una bibita ordinata al bar. Dei vestiti abbandonati in un cantiere. E, il giorno dopo, un arresto avvenuto quasi per caso. A quasi due mesi dall’aggressione con l’acido a Serena Clarich, 32 anni, i carabinieri hanno dato un nome all’uomo che la sera del 26 giugno l’ha attesa davanti alla casa dei genitori, a Scorzè, per colpirla appena scesa dall’auto.
È Leo Dimoski, 22 anni, macedone, già in carcere. Ieri gli è stata notificata una nuova ordinanza di custodia cautelare per lesioni personali aggravate e deformazione dell’aspetto mediante lesioni permanenti al viso. È probabile che verrà contestata anche la premeditazione. L’inchiesta è stata coordinata dal pm Monica Guzzardi.
Il fatto
Alle 21.18 Serena arriva da Mestre, dalla sua abitazione di via Piave. Le telecamere nel giardino della casa dei genitori, in via Moglianese, a Peseggia di Scorzè, fissano l’orario. Parcheggia, scende. Pochi secondi. Dimoski le va incontro con una bottiglia contenente una sostanza acida, ancora da identificare, nascosta dentro un sacchetto e maneggiata con un guanto. Poi il gesto: il liquido sul volto, sul collo, sul torace, sulle braccia. Lei ricorderà una maglietta nera, pantaloni scuri, un berretto bianco e nero con delle scritte. Lui fugge a piedi verso Mogliano Veneto.
Serena riporta ustioni di secondo grado sul 18 per cento del corpo. Viene ricoverata al Centro grandi ustionati di Padova, con una prognosi superiore ai quaranta giorni. Ora vive nella casa dei genitori e si dice più serena: gran parte dei segni si è riassorbita, restano alcune scottature al collo. Ma mentre il corpo guarisce, l’indagine torna indietro, fotogramma dopo fotogramma, a quei minuti.
La ricostruzione
Mezz’ora prima dell’aggressione Serena è ancora in viaggio. Dimoski invece compare a volto scoperto nelle telecamere di un bar vicino. Entra, ordina una bibita, paga, esce. Poi prende la direzione della casa. Alle 20.50 un altro dettaglio si accende, letteralmente: una Sim mai agganciata prima a celle della zona compare sulla rete. I carabinieri la seguono a ritroso. Era stata attivata quella stessa mattina in un bar vicino alla stazione di Padova. A comprarla era stato proprio Dimoski, usando il suo documento d’identità macedone.
Una leggerezza? O il telefono (usa e getta) serviva per ricevere un’indicazione? Tra le 20.50 e le 21.18 passano ventotto minuti, più o meno il tempo necessario per spostarsi da via Piave alla casa dei genitori di Serena. Qualcuno gli aveva comunicato che la donna era partita? C’era un complice? Oppure era stato direttamente il mandante a fornire l’informazione? Sono domande, non risposte. Ed è qui che l’inchiesta adesso pesa di più.
Le indagini dell’Arma
Perché Dimoski, secondo gli investigatori dei carabinieri, Serena Clarich non la conosceva. Lei, messa ieri davanti al nome, ha detto di non averlo mai sentito nominare. E allora resta un’altra domanda: come faceva un ragazzo arrivato dalla Macedonia a sapere che quella sera la donna sarebbe andata proprio nella casa dei genitori, un indirizzo meno immediato da reperire rispetto a quello di via Piave? Pedinamenti nei giorni precedenti? Informazioni ricevute da qualcuno vicino alla vittima? Preparazione autonoma? Per ora il fascicolo conserva più interrogativi che certezze.
La fuga, invece, ha lasciato tracce. Maglietta nera, berretto, un guanto: abbandonati lungo la direttrice verso Mogliano e trovati la mattina successiva da un operaio in un cantiere. Poco distante anche un mozzicone di sigaretta. Materiale finito ai Ris di Parma.
La comparazione genetica ha dato una compatibilità definita estremamente forte. Poi sono arrivati gli altri particolari: due nei sul volto, visibili sia nelle immagini di sorveglianza sia nella fotosegnaletica; un paio di auricolari molto riconoscibili, uguali a quelli indossati nel bar; infine un’ustione sul ginocchio del 22enne, compatibile con il contatto con la stessa sostanza corrosiva. Il liquido, durante l’aggressione, avrebbe raggiunto anche lui.
L’arresto
Eppure l’uomo che i carabinieri stavano cercando era già dietro le sbarre. Per puro caso. La mattina del 27 giugno, poche ore dopo l’agguato, la polizia ferroviaria lo aveva controllato alla stazione di Venezia Santa Lucia. Dal terminale era emerso un mandato internazionale collegato a due furti aggravati commessi in Macedonia del Nord.
Dimoski era stato arrestato e portato in carcere in attesa dell’estradizione, senza che nessuno potesse ancora collegarlo alla donna ustionata la sera precedente a Scorzè. Se quel controllo non fosse avvenuto, avrebbe potuto lasciare Venezia, l’Italia, forse l’Europa. Nelle indagini servono metodo e pazienza. E ogni tanto anche fortuna.
Sicario su commissione
Al momento del fermo aveva con sé 3.400 euro in contanti. Per gli investigatori potrebbero essere il compenso dell’aggressione. È uno degli elementi che alimentano l’ipotesi che Dimoski abbia agito su commissione.
Resta da capire per conto di chi. Serena, ascoltata più volte, ha raccontato di avere una relazione con un connazionale macedone residente a Roma, sposato ma separato dalla moglie e padre di un figlio. Nelle settimane precedenti all’agguato erano arrivati sul suo telefono messaggi in macedone da un numero sconosciuto: «Puttana», «Sai che stai con un uomo sposato». Insieme, alcune fotografie dell’uomo con l’ex moglie e il figlio.
Gli accertamenti scientifici hanno escluso padre e figlio dalle tracce recuperate su indumenti e mozzicone. L’ex moglie risulta invece aver lasciato l’Italia il 13 giugno da Fiumicino, quasi due settimane prima dell’aggressione: possibile fuga per evitare i sospetti? Gli investigatori ritengono che quei messaggi possano comunque avere un legame con quanto accaduto.
Il presunto esecutore ha adesso un nome e un volto. In via Moglianese, dove adesso la vittima si sta riprendendo dalle ferite, è tornata una quiete parziale. Perché di domande ne restano ancora molte. Una fra tutte: perché?
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