I lutti, l’impegno e i ricordi del Lido: riecco Robert Gligorov
Venezia, il mentore dei Bluvertigo studiò dai salesiani agli Alberoni: la nostalgia dei pomeriggi infiniti al mare e per musei e la vernice della mostra personale in rio terà Foscarini

Preannuncia una vernice con effetto sorpresa, Robert Gligorov, artista concettuale macedone classe 1959, a Venezia per la sua personale “Doomsday clock party”. Appuntamento in rio terà Foscarini, civico 881 A. Talent scout dei Bluvertigo, irriverente per costituzione, era bambino quando è fuggito dalla Jugoslavia di Tito. «Mia madre mi ha spedito dai Salesiani agli Alberoni. Ricordo l’italiano difficilissimo da imparare e i fantastici pomeriggi per musei e al mare con il mitico maestro Ballarin, di Malamocco».
La sorpresa, eccola qui: c’è Morgan, alla sua maniera
Gligorov, cos’è per lei arte?
«Far passare un messaggio semplice capace di significare nel tempo. Non tanto quando esponi la tua opera ma se l’azione ha la forza di riemergere. Allora vuol dire che hai inciso nell’immaginario sociale».
De Gregori ha di recente preso le distanze dall'idea che cantanti, attori e scrittori debbano schierarsi su ogni questione internazionale. Cosa ne pensa?
«Conosco Francesco dagli anni Novanta. Lo stimo tantissimo come autore e pensatore. La sua è stata una provocazione. Ha scaturito reazioni. Il tema è che oggi circolano una superficialità e un’ipocrisia in cui ci si aggrappa facilmente a ciò che va di moda. Ma è difficile essere attivisti realmente impegnati quando si è completamente dentro il proprio progetto artistico… A chi si occupa d’arte non credo vada dato un colore».
A febbraio, però, gli U2 hanno pubblicato Days of Ash, un nuovo ep politico in risposta ai conflitti contemporanei.
«Bono, frontman degli U2, è tra i più celebri attivisti globali. Ha collaborato con agenzie dell'Onu. La sua arte è intrinsecamente segnata dall’impegno politico. Penso anche a Sting, che oggi scrive canzoni d’amore. Il suo legame con Amnesty International ha segnato la storia della musica e dei diritti umani».

Otto croci su un capo incappucciato di nero. Cosa significa l’immagine-manifesto della sua mostra veneziana?
«Sono i lutti che ho da poco attraversato. La testa coperta è il monte Golgota dove fu crocifisso Gesù secondo la tradizione cristiana. La mia storia personale convive con la citazione biblica, ma va letta nella sua evocazione. L’inquadratura è volutamente pubblicitaria. Pensi che l’affissione pubblica agli imbarcaderi mi è stata censurata».
Per quale ragione?
«Immagine conturbante, mi è stato detto, che suscita temi religiosi e divisivi».
Una parola per dire la contemporaneità.
«Solitudine. Ecco di cosa dovrebbe occuparsi l’arte oggi, dell’umano, di attivare la necessità di aggregazione. Invece conta di più ciò che funziona, il bello seduttivo. Se l’arte oggi fosse davvero libera probabilmente la Biennale di Venezia sarebbe inguardabile».
Chi impone questo diktat?
«Il mercato, le gallerie, il sistema dell’arte. L’artista non deve vendere o fare un bel quadro. Non deve e basta. La tendenza invece è sempre più questa».
Lei ha cominciato dai fotoromanzi. Come andò?
«Avevo vent’anni, mi mantenevo a Roma lavorando per l’editrice Lancio. Il format era richiestissimo: una rubrica del Messaggero mi indicò terzo, dietro al presidente Pertini e a papa Wojtyla, per quantità di lettere ricevute alla settimana. Si guadagnava incredibilmente bene ma appena ho potuto mi sono affrancato. Ho sempre disegnato, fotografato, montato video. A Milano, dove tutt’ora vivo, ho collaborato con Rossana Casale, Milva, Gino Paoli, Zucchero».
Spesso è ricordato come talent scout dei Bluvertigo. Com’erano all’epoca?
«Mi è subito piaciuto il loro approccio ancor più della musica. Avevo la piccola etichetta discografica Le cave. Li ho supportati, con Morgan siamo diventati molto amici. Ho realizzato gli artwork dei loro dischi Acidi e basi (1995) e Metallo non metallo (1997)».
A Venezia ha esposto per la prima volta nel 2011. Biennale Arte, padiglione Italia. Che rapporto ha con la città?
«Viscerale. Sono scappato dalla Jugoslavia con mia madre da bambino. Per imparare la lingua mi ha iscritto all’istituto salesiani agli Alberoni. Ricordo due anni felici con il maestro Ballarin che mi faceva scoprire la città e la laguna nei fine settimana».
Cosa visiterà in città?
«Richard Prince alla fondazione Prada».
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