Boraso scrive un libro: «Ho confuso il ruolo di amministratore con la mia attività privata, chiedo scusa»
L’ex assessore Boraso ha scritto un libro dedicato ai segni della montagna. Nella prefazione tocca la vicenda giudiziaria: «Chiedo scusa a tutti»

«Nel momento in cui scrivo, la mia vita personale e professionale è rimasta profondamente segnata dal dolore. Per errori da me compiuti, ma mai in malafede. Il dolore ti segna. Ma dal dolore dobbiamo la nostra ripartenza e speranza». Così Renato Boraso, ex assessore, ex presidente del Consiglio comunale coinvolto nell’inchiesta “Palude” parla di se stesso. Lo fa per la prima volta in questi termini nell’introduzione del suo libro, uscito in questi giorni a cura dell’editrice lidense SuperNova di Alberto Di Stefano.
Non è un libro di politica, né un saggio su Venezia. Ma un lavoro dedicato ai segni della montagna. I “segni di famiglia”, incisi nelle travi con uno strumento particolare in ferro battuto, il fèr da segnà. Boraso, amante della montagna, ne ha raccolti un centinaio.
«Da lì, ispirato dalla curiosità», dice, «ho cominciato le mie ricerche nelle case antiche del Cadore e della Val di Zoldo». Uno studio, spiega, che rimanda ai segni di scrittura antichi, come le rune e la scrittura venetica paleoveneta. «Tutta la nostra vita è segnata da simboli grafici tangibili. Questo è un testo di semiotica con connotazioni autobiografiche, ricche di sentimenti e a volte di molta tristezza». Boraso si avvale della prefazione del filosofo e consigliere comunale Stefano Zecchi. Suo compagno di lista ai tempi dell’elezione a Ca’ Loredan, quando fu il consigliere più votato della città.
Ed eccolo ripercorrere alcune tappe della sua vita legate alla montagna. La casa da restaurare acquistata a Fornesighe, in Val di Zoldo. La disavventura dell’esplosivo trovato sotto una trave. L’indagine dei carabinieri e la scoperta che quell’esplosivo era risalente alla Prima guerra mondiale. La prova, un giornale del 1918 che lo avvolgeva, il Popolo d’Italia allora diretto da Benito Mussolini. Comincia una ricerca tra i paesi della montagna. Il fèr de segnà imprime il marchio delle famiglie proprietarie sulle travi sulle panche e i tavoli in legno, le porte, i larin, antichi focolari. Poi Auronzo, le ricerche sui documenti antichi. Il legame con Venezia con le taje e la tradizione della fluitazione, il trasporto per via fluviale del legname utile alla Serenissima per costruire navi e per edificare la città. I segni compaiono sui tronchi e sulle travi di casa. Ogni famiglia ha il suo.
La seconda parte del libro descrive i segni delle religioni e delle ideologie, poi la sezione autobiografica. Il racconto dell’esperienza politica di Boraso, dal 1997 al 2024. I politici conosciuti. L’Udc e Mauro Pizzigati, Loris Manente, Silvio Berlusconi e Luigi Brugnaro. E Massimo Cacciari, che lo aveva scelto come presidente del Consiglio anche se faceva parte dell’opposizione alla sua giunta.
Infine, i “segni della vita”. «Ho confuso il mio ruolo di amministratore con alcune mie attività di libero professionista», scrive, «ne ho preso atto, pago per i miei errori. Soffro per questo, per chi aveva piena fiducia in me, nella speranza che possa essere capito e perdonato. Oggi mentre scrivo mi hanno tolto ogni dignità, non esisto più, non ho più una vita, non mi è consentito di incontrare nessuno. Accetto in silenzio e con grande sofferenza interiore. Sperando in un futuro migliore». —
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