Porto Offshore, l’Unesco punta i piedi: «Valutare la ricaduta ambientale»

Il progetto del porto offshore per le navi da crociera finisce sotto la lente dell’Unesco, che chiede una specifica valutazione di impatto ambientale per il traffico indotto in laguna. Gasparato: «Tempi lunghi per l’iter»

Eugenio Pendolini
Il porto commerciale di Venezia
Il porto commerciale di Venezia

Il progetto del porto offshore per le navi da crociera fuori dalla laguna rischia di avere un grosso impatto sul traffico in laguna provocato dalle imbarcazioni che dovranno trasportare le migliaia di turisti ormeggiati davanti alla bocca di Lido e diretti in città.

Per questo l’Unesco ha chiesto formalmente, nel corso della sua 47esima sessione del World Heritage Committee di luglio scorso, che il terminal offshore passi attraverso una valutazione di impatto ambientale. Niente che non fosse già previsto dall’iter burocratico previsto dal concorsone di idee del 2021 (a ottobre la commissione dovrà valutarne l’affidabilità entro il prossimo ottobre), ma l’indicazione dell’organismo internazionale è quella di valutare nello specifico l’impatto che questo progetto potrebbe avere su un contesto particolarmente fragile e delicato, su cui da anni è puntata la lente d’ingrandimento dell’Unesco stessa.

Nel documento, oltre ad una valutazione ambientale strategica sul progetto, allo Stato italiano viene anche chiesto di «valutare la possibilità di dare priorità all'opzione di reindirizzare le navi di grandi dimensioni verso altri porti più adatti nella regione».

Insomma, tra ritardi e ricorsi al Tar che ne hanno finora minato il percorso, l’Autorità portuale (con il nuovo presidente da poco incaricato ufficialmente che per settimana prossima ha annunciato la nomina del nuovo segretario generale) dovrà tenere conto anche di questa indicazione espressa dall’Unesco. La circostanza è emersa ieri, durante l’audizione del presidente dell’Autorità portuale, Matteo Gasparato, e del subcommissario Fabio Russo.

Sul punto, incalzato anche dai consiglieri comunali, sono arrivate le prime risposte pubbliche in Comune da parte del presidente Gasparato che ha annunciato l’intenzione di caratterizzare il suo mandato con il dialogo verso la cittadinanza: «L’offshore resta centrale ma ha tempi lunghi, non possiamo non dare risposte agli operatori. Nel frattempo stimo dando seguito alle decisioni del Parlamento, prese quando ministro era Dario Franceschini e presidente del consiglio Mario Draghi, con la Marittima che dovrà tornare a vivere, ma senza le grandi navi».

Replica, questa, seppur implicita, alle dichiarazioni del senatore dem Andrea Martella che, ufficializzata la nomina alla carica di sindaco cittadino, aveva espresso dubbi sull’escavo del canale Vittorio Emanuele che dovrà portare le navi medio-piccole alla Marittima. Riguardo allo scavo del Vittorio Emanuele, perplessità sono arrivate da Gianfranco Bettin (Verde e Progressista) secondo cui quel progetto esula dalle competenze attribuite dal decreto legge 103 del 2021 al commissario straordinario. «Ci siamo confrontati tra sub commissari e Avvocatura generale dello Stato», è stata la risposta fornita in commissione.

Tante - e tutte decisive - le questioni affrontate in commissione. A partire dall’urgenza di concludere la procedura in corso per la realizzazione della nuova isola delle Tresse dove depositare i fanghi inutilizzabili degli scavi e, in parallelo, la realizzazione di 40 ettari di barene per mitigare gli effetti dell’erosione, i cui rischi sono particolarmente elevati. «Oggi la laguna perde mezzo milione di metri cubi di sedimenti all’anno», ha spiegato Russo, «in 20-30 anni, senza la realizzazione di nuove barene, la laguna diventerà un braccio di mare. Per ridurre questo effetto, abbiamo bisogno di sedimenti: la manutenzione dei canali portuali serve da un lato a garantire l’accessibilità, dall’altro la salvaguardia della laguna». In particolare, l’Autorità ha fatto sapere di aver speso 3 milioni di euro per fare negli anni scorsi una grande caratterizzazione tossicologica con migliaia di campioni: «Il risultato è che il 50% dei fanghi è utilizzabile per le barene, il 49% da destinare all’isola delle Tresse e l’1% è un rifiuto destinato in discarica al vallone Moranzani». —

 

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