In piazza Ferretto a Mestre chiuso un negozio su tre: «Ora serve un city manager»
Nicola Nesto del Caffè Commercio: «Affitti troppo alti». Manente (Passaparola): «Riportare la gente in piazza»

Il cuore del salotto mestrino arranca e fatica a risollevarsi, cartina tornasole di una città dove il commercio è in crisi, l’abbigliamento agonizza e il settore del food è in continuo cambiamento, tra turnover e gestioni lampo. Per rendersene conto, basta dare un’occhiata alle vetrine su cui campeggiano le scritte delle agenzie immobiliari. I marchi storici, vedi alla voce Zancanaro, sono oramai spariti, persino Benetton ha levato le tende. In piazza su 40 attività, ne sono chiuse poco meno di una quindicina, una su tre, fatte salve le sedi elettorali volanti. Ma i numeri cambiano ogni giorno.
In fondo al salotto mestrino, ha chiuso Jmp, che continua la vendita di intimo a Venezia. Di seguito è toccato a Original Marines, che ha spento le luci per sempre, come aveva poco prima il negozio Tim.
Nel perimetro centrale della città, delimitato dalla piazza e fino a via Carducci, la percentuale dello sfitto si aggira tra il 23 e il 25 per cento, quindi un’attività su quattro. Passando dai negozi di abbigliamento al food, alcuni giorni fa ha chiuso l’ex bar Sport, che aveva riaperto nel 2021 come Degusto. All’interno, però, è già al lavoro la nuova gestione, formata da tre nuovi volti, un romeno, un moldavo e un veneziano, anche se la proprietà fa sempre capo a Miri Shtjefni.
Nicola Nesto, titolare del Caffè Commercio, è oramai diventato un punto di riferimento di piazza Ferretto. «Una fetta di privati mantiene il prezzo degli affitti talmente alto, che neanche i grandi marchi ce la fanno e questo frena il commercio. Purtroppo preferiscono tenere chiuso che abbassare, eppure richiesta ce n’è. Ci sono imprenditori che cercano, che vorrebbero insediarsi qui, ma sono bloccati dall’affitto alle stelle, questo è uno dei problemi principali».
Abbigliamento? «Andrà morendo, tra centri commerciali e online». La ricetta per andare avanti? «Lavorare sedici ore al giorno» chiarisce con disincanto «per risparmiare sui dipendenti, e rateizzare l'agenzia delle entrate. In questo modo si abbassano i costi. Ripeto, chi vorrebbe aprire c’è, ma gli affitti sono davvero assurdi. E l’affluenza non è così alta».
La qualità e il servizio, sono dati per scontati. Per Rudy Manente, del noto negozio Passaparola, il problema è il flusso di persone che manca: «C’è difficoltà a portare la gente in piazza, eppure abbiamo quasi più turisti di Verona: perché non arrivano fin qui? Manca pubblicità, comunicazione, scarseggiano gli eventi. In seconda istanza ci sono troppi poli commerciali appena fuori dal centro: per far rivivere il salotto serve un forte intervento delle autorità e del Comune, non domeniche ecologiche». Dei distretti del commercio, non si sente più parlare.
Alvise Canniello, direttore di Confesercenti Metropolitana Venezia, ci crede: «Bisogna capire come viene rifinanziato il bando, oggi le imprese a caccia di contributo partecipano singolarmente. Con la nuova amministrazione bisognerà aprire un dibattito sulle risorse da riattivare. Ci sono dinamiche dove pubblico, privato e locale possono mettere in campo risorse e politiche per invertire la rotta».
Confesercenti cerca di fare il possibile: «Abbiamo messo il sistema creditizio a disposizione di chi si appoggia a noi, facendo da garanti». Ma il Comune può fare molto. La categoria è favorevole al cosiddetto «city manager con competenze specifiche in tema di rigenerazione urbana e commercio, che metta assieme pubblico e privato».
Non solo: «Sono da rivedere le pretese d'affitto, ma i numeri dello sfitto in piazza sono la rappresentazione della concorrenza con i poli commerciali, l’online e il potere d’acquisto delle famiglie mestrine ridotto rispetto al passato e deficitario rispetto a Padova o Treviso».
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