Pianti in reparto e insonnia: all’Angelo di Mestre operatori e infermieri sfiniti dallo stress lavorativo

Il personale è stremato e il caso non è isolato: burnout e stress lavorativo in corsia sono in crescita in tutta Italia. I sindacati invitano a rivolgersi agli sportelli psicologici

Maria Ducoli
L’ospedale dell’Angelo, punto di riferimento per tutta la terraferma veneziana
L’ospedale dell’Angelo, punto di riferimento per tutta la terraferma veneziana

«Non reggo più, il lavoro ha preso il sopravvento». La voce trema, il respiro è corto. Un’operatrice sociosanitaria (oss) in forze all’ospedale all’Angelo di Mestre è sulle soglie del pianto mentre racconta di non riuscire più a dormire la notte, di non riuscire a dedicarsi alla famiglia, nei giorni di riposo, perché la stanchezza ha il sopravvento.

Il suo non è un caso isolato, anzi: burnout e stress lavorativo in corsia sono in crescita in tutta Italia, complice la crisi che sta attraversando il Sistema sanitario nazionale, che si trova a fronteggiare un numero crescente di richieste con poche forze.

Le richieste d’aiuto

Dal Pronto soccorso alla Geriatria, ma anche Medicina, Ortopedia, le sale operatorie e i laboratori analisi: questi i reparti in cui infermieri e oss raccontano di essere più in affanno. A complicare le cose, inevitabilmente, le ferie estive che riducono ulteriormente l’organico.

E così c’è chi scoppia a piangere durante il turno, improvvisamente, senza motivi ben precisi se non una stanchezza che si è accumulata di giorno in giorno, una frustrazione difficile da spiegare a parole ma che sentono viva sulla pelle.

C’è chi, invece, dopo vent’anni di lavoro nello stesso ospedale, nello stesso reparto, si perde in quei corridoi percorsi ogni giorno. Uno smarrimento della mente che porta a sbagliare piani e porte. Poi le chiamate ai loro rappresentanti sindacali a fine turno, per sfogarsi.

Ogni telefonata dura almeno mezz’ora. «La mia famiglia mi ha detto: non sei più quello di prima», racconta un oss, tra le lacrime. Un lavoratore del Suem dice di star pensando di mollare tutto e cambiare lavoro. Un’altra professionista racconta di sognarsi il reparto pure di notte. «Non so più cosa fare», si sfoga, «quando ne parlo con il caposala mi risponde che non è un problema suo. I permessi vengono rifiutati perché siamo troppo pochi», aggiunge.

Gli sportelli dell’Usl

Visto il malessere che dilaga tra le corsie dell’ospedale, nei giorni scorsi rappresentanti sindacali del comparto hanno lanciato un appello in un gruppo con oltre un centinaio di lavoratori dell’Angelo, ricordando loro la possibilità di rivolgersi allo sportello di assistenza e ascolto sul disagio e sullo stress psicosociale nei luoghi di lavoro, un servizio gratuito attivo al servizio Spisal.

«È importante sapere che rivolgersi a questo servizio non significa ammettere di “non essere in grado di reggere il lavoro”. Al contrario», ricordano i sindacati, «significa utilizzare uno strumento previsto proprio per tutelare la salute dei lavoratori quando l’organizzazione, i carichi di lavoro, i turni, le relazioni, le responsabilità o altre condizioni lavorative iniziano ad avere conseguenze sul proprio benessere.

Non bisogna aspettare necessariamente di arrivare al limite. Se molti lavoratori vivono una condizione di disagio, è importante che queste situazioni possano anche emergere attraverso i canali specificamente predisposti per affrontarle», fanno notare, invitando così a superare lo stigma sulla salute mentale che, ancora oggi, spesso frena le persone dal chiedere aiuto.

I servizi per i lavoratori del’Usl 3, a dire il vero, non mancano: oltre al servizio dello Spisal è attivo anche lo Sportello di ascolto psicologico per i dipendenti, nell’ambito della Psicologia Ospedaliera. «Chi sente che il lavoro sta incidendo seriamente sul proprio equilibrio personale dovrebbe prendere in considerazione questo servizio», ribadiscono i sindacati rivolgendosi ai lavoratori, «Chiedere supporto non significa sottrarsi al proprio lavoro: significa tutelare la propria salute prima che una situazione di disagio diventi qualcosa di più serio».

L’Usl, interpellata, per il momento preferisce non commentare.

 

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