Uccise il tabaccaio a Jesolo: Shehu condannato a 15 anni
Roberto Basso fu ucciso in casa sua nel maggio 2024. Il pizzaiolo, reo confesso, ammesso al rito abbreviato

In quella notte di maggio del 2024, era entrato nella casa del tabaccaio Roberto Basso, 64 anni, per rubare dei soldi ma poi, una volta scoperto, lo aveva colpito violentemente alla testa con una chiave inglese, uccidendolo.
Pochi mesi dopo, a Natale, aveva deciso di confessare dopo aver a lungo negato ogni responsabilità, spiegando di averlo fatto per rubare dei soldi e di essere stato sorpreso dal suo ritorno a casa e dalla reazione del commerciante.
Ieri, due anni dopo, Leonard Shehu è stato condannato dalla gip Margherita Berardi a quindici anni di carcere. La pena è frutto dell’ammissione dell’imputato al rito abbreviato, che garantisce uno sconto di pena di un terzo, reso possibile dal fatto che il pubblico ministero Giovanni Zorzi non gli ha contestato le aggravanti come crudeltà e premeditazione che l’avrebbero condotto davanti alla corte d’assise. Tra le prove più rilevanti, il Dna di un consanguineo dell’indagato trovato su un frammento di plastica rinvenuto accanto al corpo della vittima.
Dopo l’arresto, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Shehu (in galera già da quasi due anni) ha raccontato di essere entrato nell’abitazione di Basso con l’intenzione di rubare, approfittando del fatto che il tabaccaio vivesse da solo. L’uomo avrebbe spiegato di trovarsi in difficoltà economiche e di aver agito per disperazione. La situazione sarebbe precipitata al rientro del proprietario. Secondo il suo racconto, nel tentativo di fuggire dalla finestra sarebbe stato afferrato alle gambe da Basso, dando origine a una violenta colluttazione
Difeso dall’avvocato Mauro Serpico, Shehu, di origini albanesi e da anni residente a Jesolo dove lavora come pizzaiolo, è comparso in aula e in apertura ha voluto rilasciare alcune spontanee dichiarazioni rivolgendosi alla famiglia del tabaccaio jesolano: «Ho tolto una vita e con quel gesto ho spezzato il cuore di una famiglia, ho ferito amici, comunità e non da ultimo ho distrutto me stesso e la mia famiglia.
Non esistono parole che possano annullare il dolore che ho causato, né giustificazioni per il mio gesto. Sono qui per assumermi ogni responsabilità , senza nascondermi. Chiedo perdono, pur sapendo che non lo merito e che forse non lo potrò mai ricevere. Porterò questa colpa per tutta la vita, cercando almeno di trasformare il mio pentimento in qualcosa di utile per gli altri, se mai mi sarà offerta questa possibilità».
Il tribunale ha anche riconosciuto alle parti civili, rappresentate dall’avvocato Damiano Danesin, il risarcimento richiesto in sede processuale. Si tratta nel complesso di 420 mila euro, così divisi: 90 mila euro a testa ai due fratelli del tabaccaio, 60 mila euro al nipote che l’aveva trovato riverso a terra e 45 mila euro, a testa, agli altri quattro nipoti.
La difesa dell’imputato ha già comunicato l’intenzione di non ricorrere in appello contro la sentenza, puntando quindi ad ottenere un ulteriore sconto - previsto dalla riforma Cartabia per chi ha optato per il rito abbreviato - che porterebbero la pena ad abbassarsi ulteriormente a dodici anni complessivi.
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