«Moschee e centri culturali islamici a Meolo? Deve decidere la Città metropolitana»
Zaccariotto sollecita una regia unitaria per non lasciare da soli i sindaci a gestire una partita troppo complicata

Moschee e centri culturali islamici, Francesca Zaccariotto invoca un ruolo incisivo della Città Metropolitana. Ex sindaco a San Donà, assessore a Venezia, Francesca Zaccariotto interviene sul caso Meolo. Il maxi palazzo in centro potrebbe interessare a un'associazione islamica. Ed estende il ragionamento ad altri casi.
Zaccariotto pensa «all’impatto devastante che avrebbe la realizzazione di un centro culturale islamico nel centro di una comunità di poco più di 6 mila abitanti». E chiede una presa di posizione chiara su un tema che riguarda l’intero territorio metropolitano. «A San Donà si discute dell’apertura di una moschea» ricorda, «a Mestre è emersa la notizia dell’acquisizione di un immobile dalla comunità bengalese per realizzare una grande moschea. A Meolo si parla della possibile realizzazione di un centro culturale islamico con investimenti rilevanti».
«Non si tratta di singoli episodi», denuncia, «ma di un fenomeno territoriale che la politica deve governare. La Città metropolitana, che dovrebbe garantire visione strategica e coordinamento tra i Comuni, deve far sentire la sua voce. Le amministrazioni non possono da sole affrontare scelte che hanno implicazioni urbanistiche, sociali, economiche e di ordine pubblico. Questo rischia di trasformarsi in una frammentazione del territorio. I sindaci non possono essere soli ad affrontare questi problemi. Se la politica non esercita la propria funzione, si rischia la logica del fatto compiuto. Prima si acquistano immobili, poi si avviano attività associative, poi si consolida una presenza».
In mancanza di un’ intesa tra lo Stato e le organizzazioni islamiche, anche per la mancanza di un interlocutore unitario e per questioni aperte su trasparenza dei finanziamenti, formazione degli imam e piena compatibilità con l’ordinamento giuridico italiano, Zaccariotto chiede di definire criteri urbanistici uniformi, tracciabilità delle risorse impiegate, regole trasparenti sulla destinazione d’uso degli immobili. E appuntamenti obbligatori di confronto pubblico preventivo, il solo uso della lingua italiana. Infine, un coordinamento metropolitano tra sindaci. «Non affrontare il tema significa trasferire le tensioni alla comunità che le subisce» sottolinea, «lasciare che siano i cittadini a confrontarsi con decisioni già prese, alimentare conflitti sociali che una politica responsabile dovrebbe prevenire».
La libertà religiosa è un principio costituzionale, ma proprio perché è un principio costituzionale, deve essere inserita dentro regole certe, trasparenti e condivise, perché senza regole, non c’è integrazione: c’è improvvisazione. «È tempo che la politica metropolitana torni a esercitare la propria funzione di indirizzo e coordinamento» ribadisce «È sbagliato pensare di poter risolvere questi problemi su base comunale, a maggior ragione perché gran parte dei Comuni sono piccoli e verrebbero stravolti. È un problema enorme che tocca le politiche migratorie. Oggi il tema religioso diventa scottante perché il giorno in cui un giudice dovesse sostituirsi alla politica per dare una risposta alle loro richieste si determinerebbe una situazione devastante dal punto di vista sociale per intere comunità. La Città metropolitana deve fare quadrato e porsi non solo come soggetto politico regolatore ma, se necessario, anche come capofila per portare il tema a livello regionale e nazionale».
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