Morto Gianfranco Pasco, uccise la moglie

Il neurologo, 81enne malato terminale, un mese fa voleva mettere fine alle sofferenze sue e della compagna. Ma non riuscì a morire

mirano

Lo aveva confidato alla figlia con un filo di voce: «Lo sento che mi manca poco». Ieri alle 11.45, nell’abitazione della figlia Elena a Mirano, Gianfranco Pasco è morto. Il neurologo, 81 anni, era agli arresti domiciliari per aver ucciso, l’8 marzo scorso, la moglie Agnese Mazzan, coetanea, nella loro casa di Spinea. Lo avevano deciso insieme, di morire. Lei ha lasciato una lettera per spiegare che marito e moglie, che si conoscevano da quando avevano 11 anni, entrambi malati terminali, non ne potevano più di cure palliative. Un mix di farmaci per lei, un’altra iniezione per lui. Ma lui non c’è riuscito. Non ci vedeva bene, non trovava la vena. È andato al Pronto soccorso di Mirano dove ha chiesto ai medici di fargliela loro, quell’iniezione. Poi ha raccontato tutto alla figlia. I carabinieri lo hanno portato in Psichiatria a Dolo, ma dopo tre giorni gli avvocati Paolo Stocco e Graziano Bovo di Mirano sono riusciti a fargli dare i domiciliari e derubricare il reato in “omicidio del consenziente”. Un caso che scuote la coscienza, che ci interroga, nel difficile dibattito avviato dai casi di Beppino ed Eluana Englaro, Marco Cappato e Dj Fabo. Eutanasia, sedazione profonda, legge sul fine vita.

A casa la figlia Elena e la sua famiglia hanno accolto Gianfranco: con la coscienza e le conoscenze tecniche di un medico, Pasco era passato da un melanoma a un occhio (alla fine gli era stato tolto e sostituito con una protesi), a un’ischemia e una metastasi. «Mio padre è morto senza alcuna sofferenza», confida Elena, «si è spento serenamente nel sonno».

Ma c’è anche un dolore nel dolore. Un decreto del 1° aprile scorso stabilisce che se una persona non ha un tampone recente negativo al Covid-19 e muore in casa viene trattato come se fosse morto di coronavirus. «Già non si fanno i funerali, ma in questi casi è ancora peggio. Gianfranco Pasco non lo aveva. «Non lo rivedremo mai più, non sarà vestito per non esporre a eventuali rischi gli operatori dell’impresa funebre, nessuno gli toglierà il pacemaker. Si aggiunge dolore al dolore». Così sarà cremato. In cimitero riposerà con la sua Agnese e con Eugenio, il figlio della coppia nato nel 1970 e morto dopo un anno, un’altra dura ferita nel cuore.

«Io vorrei, per dare un senso a tutto questo dolore, far diventare la vicenda dei miei genitori un tassello del grande puzzle che un giorno porterà a una giusta e dignitosa legge sul fine vita. Vorrei che tutta questa storia potesse avere uno scopo più alto e risultare utile per qualcun altro», dice Elena, «la loro assoluta convinzione di avere il diritto di scegliere e di decidere quando era abbastanza li ha portati a peggiorare ulteriormente una situazione già drammatica».

Resta una promessa: «Quando tutto questo sarà finito, faremo un bel commiato che sarà anche una grande festa. In puro “stile Pasco”». —



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