Tre anni di insulti e abusi contro la compagna: «Non rivedrai più tua figlia»
Per tre anni spintoni, lancio di oggetti e la subdola minaccia di portarle via la figlioletta. Un uomo di Mirano è stato condannato a 25 mesi per stalking

Ci sono “capi di imputazione” che - nonostante il linguaggio piuttosto distaccato del codice penale - raccontano tragedie umane, fatte di sopraffazione e violenza quotidiana, di un’aggressione fisica e anche psicologica, subdola e capace di devastare. Soprattutto se si tratta di una madre alla quale il compagno minaccia - tra mille altre minacce - di portare via la figlia.
Maltrattamenti in famiglia: una delle accuse che non manca mai, purtroppo, nel menù quotidiano dei processi in Tribunale a Venezia. Con stalking e abusi sessuali.
Uomini che odiano le donne. Ieri, uno di loro, è stato condannato a due anni e un mese di reclusione, per aver così violato con minacce quotidiane la sua compagna, da farla «precipitare in uno stato di prostrazione e da farle temere per la propria incolumità». Il capo di imputazione racconta molto di quanto può accadere nell’abitazione della famiglia che ci abita accanto. Tre anni di torture psicologiche, tra il 2016 e il 2019, che solo ora sono giunte a giudizio: e anche questo è un aggiungere dolore al dolore.
Lui e lei si conoscono, appunto, nel 2016 e poco dopo iniziano a convivere. Subito l’amore si trasforma in vessazione.
Lui «la maltrattava, usando in più occasioni violenza fisica «spintoni, lancio di oggetti», insultandola giorno e notte. Così subdolo da «inveire nei suoi confronti in modo ossessivo e provocatorio, anche nottetempo, tanto da privarla del sonno, rivolgendole minacce e in particolare prefigurando di portarle via la figlia, dicendole che non l’avrebbe più rivista». E, ancora, facendone vittima dei suoi continui scatti d’ira: spaccando suppellettili e oggetti e arrivando a sfasciare gli arredi di casa. Tutto sotto gli occhi della bambina: violenza nella violenza, un’aggravante per il codice penale.
Violenza psicologica più malvagia di quella fisica, in questo caso: gli insulti, le grida e quel continuo ripeterle di essere «una madre inadeguata, assumendo nei suoi confronti atteggiamenti di prevaricazione: tempestandola di telefonate quando lei andava a trovare i genitori, accusandola di essere sempre fuori casa, contestandole di farsi plagiare dai genitori e dalle persone sue amiche, pretendendo che lei non sentisse più i suoi amici».
Lei ha accettato, subìto, forse sperando che cambiasse e in ogni caso temendo sopra ogni cosa di venire separata dalla figlia. Ma alla fine ha trovato la forza di denunciare e rompere un rapporto più che tossico, violento, durato anni e che andava di volta in volta crescendo, fino a toglierle il fiato. Meno di quarant’anni lui, meno di 30 lei, all’epoca.
Ne sono passati sei ed è arrivata la prima sentenza di condanna, che potrà essere appellata. I tempi della giustizia non sono sempre giusti.
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