Meolo: estorsione e truffa, ma Celardo si salva con la prescrizione
Il figlio del boss era coinvolto in un’indagine per mafia.Il pm chiedeva 3 anni per la distruzione dei libri contabili

Il suo nome rievoca fatti violenti commessi in gioventù a San Donà e poi il coinvolgimento nelle indagini sulla mafia a Eraclea.
Adesso è arrivata almeno un’assoluzione, seppur per l’estinzione del reato, per Raffaele Celardo, il campano residente a Meolo, figlio del noto “Mimmo” Celardo, scomparso diversi anni fa e considerato uno dei boss della mala che dal sud si era radicata in Veneto.
Raffaele Celardo, 42enne originario di Acerra, comune nella Città metropolitana di Napoli, era accusato di aver estorto del denaro nell’ambito della gestione di un locale a Padova. Oltre all’estorsione, era accusato anche di truffa e distruzione dei libri contabili e registri Iva. Fatti che si sono verificati a Padova, nel 2016, nel ristorante “l’Ora giusta”. Lui e altri due uomini, un campano e un veneto, erano subentrati nella gestione della società padovana che versava in difficoltà economiche da qualche tempo.
Avevano corrisposto al presidente della società di gestione la somma di complessivi 40 mila euro per la cessione della società stessa, appianando così il debito accumulato e cambiando denominazione. Infine, aprendo anche una nuova partita Iva per iniziare tutto da capo.
Avevano, però, anche minacciato l’ex titolare, adombrando di avere pronta la pistola e che avrebbero gestito il locale con la copertura della Camorra. Frasi che potevano certamente intimorire e suonavano come palese un avvertimento. Minacce estese oltretutto anche ai genitori del titolare.
Lo avevano pertanto privato di ogni potere di gestione della società, rendendolo succube dei tre uomini.
Celardo, che risulta anche coinvolto nella vasta indagine sui Casalesi a Eraclea, ritenuto parte del sodalizio criminale, ha presentato ricorso in Cassazione per questi reati legati alla mafia a Eraclea ed è già stato rinchiuso in carcere.
«I reati sono estinti», dice il suo legale, Giuseppe Muzzupappa, con riferimento alla vicenda del ristorante a Padova, «il Pm aveva chiesto la condanna a tre anni per la distruzione delle scritture contabili e dell’Iva. Per l’estorsione e la truffa, era stata chiesta, invece, l’assoluzione con formula dubitativa. Il tribunale collegiale di Padova», aggiunge, «senza entrare nel merito, ha ritenuto, infine, prescritti tutti i reati che gli erano stati attribuiti» conclude l’avvocato sandonatese di Raffaele Celardo. —
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