Non solo traffici commerciali e cultura: l’Adriatico si scopre mare dell’intimità

Francesco Jori intreccia riflessioni storiche, geografiche e ambientali. Un affresco che parla di una «koinè delle diversità», in un libro in edicola con il nostro giornale

Sergio FrigoSergio Frigo

«Pianura liquida» per Fernand Braudel, «mare della pace» per Giorgio La Pira, «testimone dello scorrere delle civiltà» per Egidio Ivetic: tante definizioni per descrivere il mare Adriatico, ma la più calzante è quella dello scrittore croato Predrag Matvejević: «Mare dell’intimità», perché esso da sempre costringe alla vicinanza gli uomini che vivono lungo le sue coste.

A questa definizione si è rifatto il giornalista Francesco Jori per il sottotitolo e per l’ispirazione del suo nuovo libro Adriatico (pp. 180), edito dalla piccola casa editrice pordenonese Storie, in edicola con il nostro giornale a 14 euro (più il prezzo del quotidiano).

Libro agile, di taglio narrativo, introdotto da una prefazione del geografo Mauro Varotto che descrive il mare come «immagine dell’Europa», per la sua conformazione geografica e la sua storia ma anche per gli aspetti ambientali che lo investono, in primis il riscaldamento globale che ne sta causando una trasformazione più rapida che altrove in un mare tropicale. In questo senso dunque occuparsi dell’Adriatico significa occuparsi non solo del passato ma anche del futuro di tutti noi.

Il racconto di Jori sviluppa soprattutto l’aspetto relazionale sotteso alle vicende di questo mare, affrontando gli intrecci di popoli e di culture che ne hanno caratterizzato la fisionomia nel corso dei secoli, depositandovi un enorme patrimonio di culture, tradizioni, arte, inversamente proporzionale alle sue dimensioni: perché l’Adriatico, dal punto di vista geografico, è poco più che un grande lago: 783 km di lunghezza dalla laguna di Marano al canale d’Otranto, 355 km di larghezza massima, da Vasto a Bar nel Montenegro (e appena 75 km all’altezza di Otranto), una superficie complessiva di 132 kmq, una profondità massima di 1.220 metri ma ben 3.341 km di coste, e ben un migliaio di isole, 659 delle quali disabitate.

Il peso della Storia

Tra queste coste e queste acque si sono dipanati per millenni scambi economici, incontri di idee, ibridazioni artistiche, confronti e sincretismi religiosi, ma anche dolorosi esodi e migrazioni, rivalità irriducibili e conflitti sanguinosi, che hanno consegnato l’Adriatico ad un esito paradossale e contraddittorio: essere una “koinè delle diversità”, in cui ogni parte si percepisce come irriducibile ma irrinunciabile della sintesi, e al tempo stesso un confine fra due o addirittura tre mondi, quello latino, quello balcanico e quello musulmano, visto che è nelle sue sponde orientali, dalla Slovenia, che l’Europa comincia a trasformarsi in Eurasia; senza dimenticare l’anima asburgica, interpretata in particolare da Trieste, che dall’800 ha conteso con successo a Venezia il primato nei traffici commerciali e nella cantieristica.

Dagli Argonauti ad Antenore

Mare dei miti – dagli Argonauti a Fetonte, da Ercole ad Antenore – e della storia – dai Veneti ai Liburni, dagli Iapigi ai Messapi, dagli Illiri ai Romani – l’Adriatico è stato soprattutto il teatro delle conquiste veneziane ma anche del confronto con gli slavi, del conflitto con gli ottomani e della repressione della pirateria, con le galere della Serenissima mobilitate per scortare, dopo la pace del 1540, proprio i convogli commerciali turchi dagli attacchi degli uscocchi.

Ma la definizione di “Golfo di Venezia”, con cui è stato chiamato dal XII secolo, suona riduttiva per un mare che ha visto la lunga e luminosa vicenda repubblicana di Ragusa-Dubrovnik, oppure le fortune della sua alleata Repubblica di Ancona, a lungo terminale commerciale di Firenze e Roma verso la sponda orientale e il Levante, finita solo nel 1532 sotto il dominio papale; senza dimenticare le altre realtà che sulle rive adriatiche hanno esercitato traffici e influenze, come Trieste, Ravenna, Bari, Zara, Spalato, e la “Gibilterra dell’Adriatico”, come lo studioso americano Robert Kaplan ha definito Corfù.

Accanto ai commerci naturalmente sono fioriti fra le due sponde fecondi scambi culturali e artistici che hanno fatto parlare gli studiosi di un umanesimo e poi di un rinascimento adriatico, dall’eredità di Paolo Veneziano alla tradizione dei monasteri affrescati. Ed è proprio dall’economia e dalla cultura che, secondo Jori, può dipanarsi fra le due sponde e oltre un nuovo percorso di pace che riprenda le suggestioni del viaggio di Marco Polo e della via della seta, che avevano nel piccolo mare nostro i loro terminali. 

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