La violenza sconvolse un tranquillo paese
SANT’ANGELO. Un tranquillo quartiere di villette nella campagna tra le province di Venezia e Padova. È in una di queste villette, in via Don Milani, che il 10 settembre del 2011 Elèna Para, 35 anni, moldava, è stata massacrata con 16 coltellate dal compagno Franco Manzato, ieri condannato per quell’efferato uxoricidio tra le mura domestiche. Era un tranquillo pomeriggio di fine estate e dell’accaduto non si accorsero neppure i bambini del quartiere, sorpresi mentre giocavano in strada dal viavai improvviso di volanti della polizia e investigatori. Tutto cambiò dopo che Manzato fu trovato in autostrada in stato confusionale e confessò di aver ucciso la compagna in casa, indirizzando gli agenti sul posto. Una scena che la piccola Sant’Angelo aveva vissuto solo quattro anni prima, con l’omicidio di Ada Tentori in pieno centro, a poche centinaia di metri in linea d’aria. Quello di Elèna fu un delitto che sconvolse il paese, ma la fine della povera ragazza moldava si caratterizzò anche per il silenzio e la solitudine in cui maturò tra le mura di quella villetta. Alcuni giorni dopo, i funerali ortodossi a Mestre, il commiato alla donna in cimitero a Sant’Angelo, vide la partecipazione di pochissime persone, in maggioranza colleghi del night club dove la vittima lavorava. Un distacco che fece clamore, ma che sottolineò la distanza del paese da una storia lontana di vita e frequentazioni dei due che non appartiene alla piccola comunità di Sant’Angelo. In quei giorni in paese, si fece viva anche l’ex moglie di Manzato, ferita con una forbice l’anno prima da quell’uomo che aveva sposato: «Dopo ciò che mi ha fatto doveva essere curato, non lasciato libero», dichiarò ai cronisti la donna, «A chi dovrà giudicarlo per quanto ha fatto, dico di valutare bene». Una strada che i giudici ieri hanno seguito fino in fondo.
Filippo De Gaspari
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