La bomba in agenzia, le armi ai Casalesi la Bmw bruciata al politico: parla Sgnaolin

Processo al clan Donadio: l’ex braccio destro del boss racconta anche di una rapina in banca con soffiata interna

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La bomba all’agenzia Universal di Eraclea Mare? «Donadio stava cercando case per i suoi operai, con Graziano Poles che gli riferì che il titolare aveva fatto una brutta battuta sul fatto che dei “terroni non ci si poteva fidare”. Donadio si offese e gliela fece pagare. In quel periodo lavorava con noi Laiso Crescenzo, che poi tornò a Casale e perse la vita in un agguato. A Eraclea ci faceva da guardiaspalle. Donadio gli chiese di fare un attentato all’agenzia: la bomba fu messa da Crescenzo e una terza persona».

il braccio destro del boss

E solo uno dei tanti episodi che ieri ha ricostruito ieri in aula bunker Christian Sgnaolin, per vent’anni il “braccio destro economico” di Luciano Donadio. Parla per l’intera giornata, nel processo al cosiddetto “clan Donadio” rispondendo alle domande dei pm Baccaglini e Terzo: domani toccherà a quelle dei difensori degli imputati. Racconta degli affari: non solo del capofamiglia, ma anche del suo socio Raffaele Buonanno. Parla dei rapporti con i Casalesi, di borsoni d’armi inviati al Sud e di cantieri.

L’attentato al consigliere

E parla dell’attentato alla Bmw dell’allora consigliere comunale a Eraclea Adriano Burato, segretario di An. «Un amico di Poles e Donadio, Graziano Teso (allora sindaco di Eraclea: imputato di voto di scambio, si proclama estraneo alle accuse, ndr) fu sfiduciato da un consigliere, Adriano Burato, che aveva parlato dei rapporti con Donadio dopo l’arresto. La macchina, una Bmw, gli venne fatta bruciare».

L’incontro che cambia la vita

Sgnaolin racconta di aver lavorato in proprio come rappresentante di pittura e di aver conosciuto Donadio nel 2001: «Aveva un’impresa edile, voleva espandersi e stava cercando una persona che potesse collaborare con lui e seguire manovalanze. L’azienda madre Donadio Scarl prendeva in subappalto i cantieri offrendo la manodopera: all’apice, nel 2006, avevamo punte di 300 operai al lavoro». Un euro per ogni ora di ogni operaio andava a Buonanno: «E di ore ne facevano anche 4000 al giorno».

borsoni d’armi

«Mi disse subito che veniva da Casal di Principe, che era dei Casalesi», risponde Sgnaolin alle domande dei pm, «lui parlava sempre di Sandokan, Francesco Schiavone. Si sentiva fiero di essere amico e vicino a quel clan. Tant’è che quando nel 2001 abbiamo aperto la ditta Dipinto Sas – con Donadio, Bonanno, Pacifico e me – la sede legale fu messa Casal di Principe». «Lui diceva sempre che aveva carta bianca da tutti i clan perché negli anni li ha sempre aiutati e finanziati con soldi, mandato giù armi, dando lavoro o rifugio a molti, accogliendoli nel veneziano o nel Veneto. Ma si sentiva appartenente al clan Schiavone. Ho anche conosciuto Cesare Bianco, quando Donadio gli offrì la vacanza a Jesolo e Ca’ di Valle». «Armi? Donadio mi diceva che ogni 15 giorni, quando scendevano i furgoni con gli operai, viaggiavano anche borsoni neri con armi acquistate nel nostro territorio, per fare regalie avere il benestare tutti i clan di Casal di Principe. Ma mandava giù anche piastrelle per una chiesa, soldi... per potersi comperare la protezione e avere la possibilità di muoversi autonomamente nel territorio veneziano».

RAPINA CON “SOFFIATA”

Sgnaolin racconta che per anni Donadio aveva inviato soldi a Daniele Corvino, suo cugino, al quale trovò rifugio quando era ricercato: «Ho ascoltato che volevano rapinare la filiale di Jesolo della banca Monte Paschi di via Levantina, di Jesolo, perché il latitante aveva bisogno di soldi. Andrò a buon fine: mi disse che fu pagato anche il funzionario che aveva dato la soffiata che quel giorno c’erano in cassa molti soldi richiesti da un imprenditore». In aula, Sgnaolin ha fatto i nomi di direttore e funzionario di allora, senza però attribuire responsabilità precise.

Agio e decadenza

Sgnaolin descrive Donadio come «sempre disponibile con tutti, pagava le luci per la sagra. Non voleva lo spaccio. La gente lo vedeva sia come il boss del paese, e anche la persona che poteva fare da paciere nella comunità. Era più facile passare da Donadio per un recupero credito, che per vie legali. Mandava suoi emissari a chi non pagava: “Guarda che vengo da parte dei Casalesi di Eraclea, devi pagare”, dicevano». Certo volavano anche minacce e schiaffi. Nel 2006 Donadio venne arrestato per usura con Raffaele Buonanno: «ma lui è sempre stato un imprenditore, era Buonanno che prestava a strozzo». Sgnaolin racconta che Donadio disse che in carcere erano stati accolti «come neanche il presidente della Repubblica, tutti a loro disposizione». Ma all’uscita gli affari erano precipitati e Donadio si trovò a chiedere prestiti al 5-7% proprio a Buonanno (75 mila euro, poi 50 mila). Ad altri imprenditori era andato peggio: come il 20% di interesse al mese chiesto a Pasqual da Verde e Pacifico. —

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