«Informarsi e partecipare antidoti al populismo»

«I populismi si battono uscendo di casa, informandosi, partecipando, discutendo e dandosi da fare in prima persona». È lucida l’analisi che Ezio Mauro, giornalista e opinionista di Repubblica ieri al teatro Toniolo di Mestre per presentare “Il condannato. Cronache di un sequestro” sul caso Moro, fa della situazione politica italiana partendo proprio dal tema del Festival della politica, ossia il rapporto tra populismi e democrazia.
«È un tema attualissimo» spiega, «oggi siamo di fronte a un problema di democrazia e non solo a causa dei populismi, che per qualcuno sono una soluzione, una via di uscita. Il populismo è al contrario un indicatore della crisi della democrazia che nasce dalla crisi economica finanziaria più lunga del secolo, una crisi che ha lasciato i giovani nel precariato, in difficoltà, le persone di 55 anni che si trovano in condizioni di non avere un lavoro. La crisi finanziaria dal 2008 in poi ha cambiato le diseguaglianze classiche che le democrazie tollerano, le ha trasformate in esclusioni, ha prodotto persone tagliate fuori dal sistema. Persone che potrebbero dire che la democrazia è formata di belle parole ma che valgono solo per i garantiti, per chi sta dentro, e questo è un problema perché poi nascono i mostri».
E ancora: «Il populismo rischia di essere un’illusione, una scorciatoia che si prende per essere rassicurati nelle proprie paure, alla stessa stregua dei monaci medievali il populismo è come se battesse le nostre contrade dicendo alla gente ricordati di avere paura: la politica è stata inventata per emancipare i cittadini dalle loro paure, mentre il populismo le conferma». Chiarisce: «La sinistra ha delle colpe enormi, non si è chinata sulle paure e le fragilità delle persone, e i partiti al Governo ci sguazzano».
Differenza tra Lega e 5 Stelle?
«Sono populismi di natura diversa: quello della Lega è legato al sovranismo, alla terra, alla religione, all’identità, quello dei 5 Stelle all’idea del superamento delle vecchie classi dirigenti, è un populismo che incolpa le élite, crede di rappresentare il nuovo, pensa che la rottura col passato sia il segno del rinnovamento e che basti fare di ogni erba un fascio per avviare una nuova stagione, facendo piazza pulita del sapere come se l’ignoranza fosse garanzia di innocenza».
Le persone l’hanno capito?
«Non lo so perché questi partiti vivono una fase di luna di miele in cui tentano un’operazione paradossale, fare opposizione stando al Governo, un’operazione che squarterebbe un cavallo, che tira da due parti e che non può durare all’infinito, poi inizierà la fase in cui devono prendere provvedimenti e non solo fare denuncia».
Quanto è importante il Festival? «Ogni volta che vengo a Venezia sono sempre confortato che le piazze e i teatri siano pieni: è importante uscire, informarsi, partecipare e sentire chi la pensa anche in maniera diversa ma mette in movimento idee, fa venire voglia di discutere sapere, capire».
L’antidoto ai populismi?
«“Lo slogan del momento è: non state a casa, uscite discutete e datevi da fare, dipende solo da noi». —
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