«In Italia venivo deriso ora sono un manager»

di Giovanni Monforte
SAN DONA'
A 28 anni ha lasciato San Donà e l'Italia e, in meno di un anno, è diventato un affermato manager a Berlino.
Quella di Alessio Madeyski, figlio di un noto medico, è una storia esemplare di come oggi neppure più il Veneto Orientale sia in grado di offrire prospettive alla sua "meglio gioventù". A Padova per studiare biologia molecolare, un anno in Danimarca per preparare la tesi di laurea, Alessio sviluppa nel frattempo una grande passione per internet e la tecnologia in genere. Tornato a casa, dopo la laurea tenta innanzitutto la strada del dottorato.
«Una tappa obbligata per la carriera scientifica, ma in Italia colleziono una serie di promesse non mantenute» spiega. Così inizia un primo pellegrinaggio tra i laboratori clinici di Parigi e Barcellona. Poi la convinzione che non sia quella la passione da seguire e il nuovo tentativo di tornare a San Donà, dove Alessio ha lavorato sei mesi come assistente in un'azienda farmaceutica.
«Ma in Italia un ragazzo viene deriso perché "non sa come va la vita" e finché non hai 65 anni non puoi diventare nessuno - si sfoga il giovane manager sandonatese - L'Italia è un Paese che va lento». E' così che Alessio Madeyski vola a Berlino, dove le aziende sono sempre alla ricerca di giovani dalla mente dinamica, disposti a mettersi in gioco anche imparando un lavoro diverso da quello per cui si è studiato.
Dopo tre giorni Alessio già lavora come responsabile social media in un'azienda che sviluppa applicazioni per I-Phone. Poi lo scorso marzo il salto di qualità. Alessio Madeyski diventa manager per Zalando, marchio tedesco di scarpe e abbigliamento online già affermato da tempo in Germania, Austria, Svizzera, Francia, Inghilterra e oggi pronto ad espandersi anche altrove, Italia compresa.
«Mi hanno offerto una posizione di manager, responsabile Seo, ovvero l'ottimizzazione del sito per i motori di ricerca - conclude Alessio Madeyski - Oggi gestisco un gruppo di cinque persone. Lavoro tantissimo, ma ho una grande responsabilità, un contratto regolare, un ottimo stipendio e anche la possibilità di crescere in fretta in un ambiente internazionale per una società che fa dei giovani il suo punto di forza. Nel team, peraltro tutto italiano, la persona più "vecchia" ha 31 anni. Lavoriamo in un palazzo openspace tutti insieme, parlando inglese. Ringrazio la Germania per questo e mi chiedo: in Italia mi sarebbe mai capitata una cosa del genere? Ringrazio anche l'Italia, un Paese che non considera i giovani come una risorsa, per avermi fatto capire che non c'era spazio per me. Il mio motto? Io sono orgoglioso di essere italiano, ma l'Italia non è orgogliosa di me».
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