Homo Faber da record con 65 mila visitatori: «Edizione sempre sold out»

Si è chiusa la quarta edizione sull’isola di San Giorgio, il tema di quest’anno era “Un’isola di luce. Il direttore: «Un successo, Es Devlin ha colto nel segno»

Maria Ducoli
La Fondazione Cini, che ha ospitato Homo Faber
La Fondazione Cini, che ha ospitato Homo Faber

Sessantacinquemila visitatori, oltre due terzi della durata dell’esposizione con ingressi sold out e un incremento del 30% rispetto all’edizione del 2024. Sono i numeri con cui Homo Faber chiude la sua quarta edizione alla Fondazione Giorgio Cini, confermandosi come uno degli appuntamenti internazionali più importanti dedicati all’artigianato contemporaneo.

Record di visitatori

«È stata un’edizione da record, chiudiamo con 65mila visitatori: un risultato straordinario», racconta Alberto Cavalli, direttore esecutivo della Michelangelo Foudation, che organizza Homo Faber, giunto alla quarta edizione. «La mostra è rimasta sold out per più dei due terzi della sua durata e sono stati tantissimi i visitatori che ci hanno fermato semplicemente per dirci grazie. Ci hanno raccontato che quello che hanno visto ha riempito loro il cuore di speranza. Ed era proprio questo il nostro obiettivo».

È la speranza, del resto, uno dei concetti al centro di questa edizione, costruita intorno al tema di “un’isola di luce”. Un’immagine che, secondo Cavalli, descrive bene anche l’esperienza vissuta dal pubblico all’interno della mostra: un luogo in cui la creatività e il lavoro manuale diventano strumenti per raccontare un’idea di futuro diversa, fondata sulla capacità dell’essere umano di creare, trasformare e tramandare. In un mondo minacciato dall’intelligenza artificiale, Homo Faber è un ritorno alle origini, al sapere artigianale e all’arte che ne deriva.

Direzione strategica

Rispetto ai cinquantamila visitatori registrati nel 2024, l’edizione appena conclusa ha segnato dunque una crescita di circa il 30%. Un risultato che, per Cavalli, va letto anche alla luce della scelta di affidare la direzione artistica a Es Devlin, artista e scenografa britannica. Il suo lavoro ha contribuito ad ampliare il pubblico della manifestazione, riuscendo a intercettare anche persone che fino a quel momento non consideravano l’artigianato un ambito di particolare interesse.

«Il lavoro di Es Devlin è riuscito ad arrivare anche a chi non considerava l’artigianato particolarmente interessante», sottolinea Cavalli. «La chiave vincente che ci ha permesso di raggiungere il record è stata la direzione artistica, insieme al nostro lavoro», ammette.

Ritorno alle origini

Un percorso che la Fondazione porta avanti da quattro edizioni e che, quest’anno, ha assunto un significato particolare anche alla luce della trasformazione tecnologica in corso. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, Homo Faber ha scelto infatti di concentrare lo sguardo su ciò che resta profondamente umano: le mani, il tempo, la conoscenza e le storie personali che si nascondono dietro ogni oggetto.

«In un’epoca dominata dall’Ai, abbiamo voluto raccontare le imprese di famiglia, gli artigiani e gli atelier che danno il meglio di loro stessi per creare arte fatta dall’essere umano per l’essere umano», spiega Cavalli.

È questa, in fondo, la sfida culturale di Homo Faber: mostrare l’artigianato non soltanto come una pratica produttiva o una forma di conservazione del passato, ma come una manifestazione della creatività contemporanea. Un modo per riaffermare il valore della manualità proprio mentre le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale stanno trasformando il modo in cui immaginiamo il lavoro e la produzione.

Riproduzione riservata © La Nuova Venezia