«Ho fatto votare per Mestre ma ora non ricordo i nomi»

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Gilberto Arena conosceva Mirco Mestre perché era l’avvocato di Luciano Donadio. Lo stesso “zio” aveva chiesto al suo uomo di portare qualche voto in dote all’avvocato candidato sindaco di Eraclea. E lui l’aveva fatto, con i suoi conoscenti. Ma quali? «I nomi di chi ho convinto? Non me li ricordo, è passato troppo tempo». Un controesame lungo ore e ore, senza esclusione di colpi, per valutarne l’attendibilità. Dopo aver scavato a fondo nelle dinamiche criminali dei (presunti) casalesi di Eraclea capeggiati da Luciano Donadio, al collaboratore di giustizia Gilberto Arena ieri è toccato il fuoco incrociato delle domande degli avvocati difensori degli imputati. E non sono mancati i momenti di tensione, come quando è stato fatto allontanare Disha Lefter, uno del “gruppo degli albanesi” imputati e attualmente in stato di detenzione, che assisteva all’udienza. Né i momenti di nervosismo, come quando lo stesso Arena messo alle strette ha sbottato: «Qui nessuno può dire che non sapeva chi fosse Donadio, che fosse il mafioso di Eraclea. Non era certo il parroco della città». Ed è per questo che non servivano «formalità» per far parte del gruppo, né passare alle minacce: per Arena bastava il semplice biglietto da visita con il nome Donadio
Tra le novità emerse durante il contro esame, ci sono i contatti tra lo stesso Arena e Cristian Sgnaolin in carcere. È Rebibbia il teatro degli incontri tra il collaboratore di giustizia e l’uomo ombra di Donadio, l’imprenditore abile dai mille volti in grado di spacciarsi per la vera mente del gruppo. È l’avvocato Renato Alberini, difensore insieme a Giovanni Gentilini, a incalzare Arena sui mesi successivi all’arresto nel febbraio 2019. Arena trascorre infatti i primi mesi nel carcere di Secondigliano, in Campania (su questo periodo, ieri è stata anche accolta la richiesta di acquisizione dei registri di ingresso per verificare quanti accessi di natura investigativa ci siano stati). Fino a giugno dello stesso anno, quando viene trasferito nella struttura romana. Nella stessa sezione, per di più, proprio di Sgnaolin. «È capitato che ci incontrassimo, che facessimo la socialità insieme, che pranzassimo in compagnia», le risposte di Arena alle domande della difesa di Donadio. Ma i due hanno mai parlato del processo? «Può essere capitato, ma il processo non era il mio primo pensiero. Il mio unico pensiero, e lo è tutt’ora, sono i miei figli». Sarà questa, da qui ai prossimi mesi, una delle linee difensive dei due legali: i contatti tra i due nel carcere di Rebibbia. Dal suo arrivo a Roma passa un mese, come ammesso da Arena davanti al tribunale, per iniziare il suo percorso come collaboratore di giustizia. Per la Procura, tuttavia, il trasferimento a Roma era dovuto a «motivi di salute» legati a ricoveri per seri problemi di salute, oltre che per avvicinarsi alla moglie Michela Basso.
Per l’ennesima volta, nel processo spuntano le lettere inviate da Arena all’ex moglie durante la detenzione. La donna per un periodo è stata la segretaria di Luciano Donadio e, secondo quanto riferito in aula da Arena, sarebbe stata a conoscenza di tutte le attività illecite del gruppo di Eraclea. Nelle lettere successive, però, Arena si scusa con la consorte per averla trascinata in quella situazione e che lei non c’entrava nulla. Una discrepanza rispetto a quanto riferito ai giudici. «Ma io l’ho fatto per cercare di aiutarla, era in una situazione di difficoltà. Non volevo vendicarmi, sarà sempre la moglie dei miei figli».
Arena ha poi bollato come una battuta il suo «vantarsi» di essere nipote di Totò Riina. Elemento, questo, emerso nel corso delle indagini. E sul quale, a una prima domanda della difesa di Donadio, ha preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. Salvo poi tornare sui suoi passi nel riesame del pm Terzo. «Se l’ho detto era per una battuta». Così come il suo rapporto con il cugino Bruno Loprete, di famiglia ’ndranghetista, in realtà emerge solo dal 2013 quindi ben dopo l’inizio del suo rapporto con Donadio: «Bruno mi raccontò del nostro legame in carcere, nel 2013. Prima non lo sapevo».
È poi sui rapporti tra Donadio e l’ex sindaco Mestre, e sull’influenza del primo nel far eleggere il secondo, che lo stesso presidente Manduzio ci ha voluto vedere chiaro. Arena, rispondendo alle domande, spiega di aver conosciuto Mestre come legale Donadio. «E lui poi chiese di votarlo, che era uno dei nostri», le parole del collaboratore, «ma io ero residente altrove, così andai da 20-30 conoscenti residenti a Eraclea e gli dissi di darci una mano. Se furono minacciati? No. I nomi? Non me li ricordo, è passato troppo tempo». —
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