Gavioli sotto processo per l’amianto della Sirma

di Giorgio Cecchetti
MARGHERA
Ancora guai giudiziari per Stefano Gavioli l’imprenditore veneziano trapiantato a Treviso un tempo titolare della Sirma di Marghera. Dopo i procedimenti avviati dalle procura di Napoli e Catanzaro, che gli sono costate anche le manette, è finito davanti al giudice monocratico di Venezia Irene Casol per aver creato una vera e propria discarica di rifiuti pericolosi sia all’interno sia all’esterno della fabbrica. Sul banco degli imputati, ieri, con lui c’erano Alessandro Maurizio Nicolardi, 63 anni residente a Londra, Giuseppe Mazzola, 51 di Cittadella, Alan Marmiroli, 36 di Treviglio, il primo amministratore delegato gli altri dirigenti della «Linco Baxo Industrie Refrattari» di Milano, Andrei Bogdan Trefas, 25 anni rumeno residente a Fermo, Speranta Violeta Neagu, 44 di Fermo, e Giuliano Traini, 48 di Ascoli Piceno, il primo rappresentante legale della «Demolizioni Simonelli srl» di Milano, gli altri rispettivamente titolare e responsabile di cantiere della «T.G. Metal». Dopo aver chiuso la Sirma, licenziando centinaia di dipendenti, Gavioli aveva incaricato la Linco Baxo, la Demolizioni Simonelli e la T.G. Metal di smantellare gli alti forni e gli impianti della fabbrica: stando alle indagini coordinate dal pubblico ministero Giorgio Gava, i responsabili delle tre ditte lombarde avrebbero utilizzato i materiali edili refrattari provenienti dai forni, rifiuti contenenti un’alta percentuale di amianto per riempire le buche venutesi a creare all’interno dell’area scoperta dello stabilimento di via della Chimica. Inoltre, le 1.100 tonnellate prodotte sarebbero state trasportate nella discarica lombarda senza le dovute precauzioni. Infine, anche i rifiuti ferrosi sarebbero stati accatastati in cumuli sparsi. Stefano Gavioli deve rispondere di aver provocato il degrado, in particolare di essere stato responsabile della dispersione delle fibre di amianto contenute nelle coperture dei capannoni fatte di cemento amianto.
Per la maggior parte gli imputati hanno chiesto il patteggiamento, ottenendo l’accordo con il rappresentante della Procura e il giudice ha rinviato per loro l’udienza al prossimo gennaio. Mentre Stefano Gavioli aveva puntato a pagare l’oblazione per il reato contestato – quello di “gettito pericoloso di cose”, in modo da uscire dal processo pagando una semplice ammenda.
Ieri, però, il giudice monocratico ha rifiutato l’oblazione e a quel punto il difensore dell’imprenditore ha chiesto di poter patteggiare la pena, trovando anche lui l’accordo con il pubblico cministero.
Anche per lui, comunque, l’udienza è stata rinviata.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia








