Fenomeno droga brandizzata a Mestre: hanno copiato i Coffee shop

Nei giovani consumatori di derivati della Cannabis cresce il rischio schizofrenia. Saccon (direttore Serd Usl 4): «L’etichetta non garantisce la qualità del prodotto»

Mitia Chiarin
Diego Saccon, mestrino, direttore del Servizio Dipendenze della Usl 4 del Veneto orientale
Diego Saccon, mestrino, direttore del Servizio Dipendenze della Usl 4 del Veneto orientale

Panetti di hashish spacciati con le etichette autoprodotte dai vari pusher. Il fenomeno del marketing dello spaccio fa discutere. «Pare proprio abbiano copiato quello che accade nei Coffee shop di Amsterdam dove le sostanze vendute sono tutte con etichette accattivanti», fa notare un operatore sociale.

La strategia di fidelizzazione della clientela, per quanto suggestiva, non deve però tranquillizzare chi acquista. Lo evidenzia il dottor Diego Saccon, mestrino, direttore del Servizio Dipendenze della Usl 4 del Veneto orientale.

«Va detta chiaramente una cosa: comprare sostanze stupefacenti dal pusher di fiducia non significa affatto vedere garantita la qualità del prodotto. Non è come andare in farmacia a comperare un farmaco. Il grado di approssimazione è davvero altissimo» spiega Saccon, che tiene a mettere in guardia i giovanissimi, più suscettibili alla moda.

I rischi dal consumo

Reduce dal convegno della società italiana di psichiatria tenuto in novembre a Bari sull’abuso di sostanze dei giovani e autore di un volume specialistico sui bisogni dei giovani e le connessioni con la salute mentale, Saccon evidenzia gli ultimi dati dell’epidemiologia mondiale.

«Le sostanze derivate dalla cannabis hanno una concentrazione molto più alta di THC rispetto al passato. Di conseguenza, gli effetti psichici possono essere più forti e tra i giovani ci possono essere soggetti particolarmente sensibili. Gli studi indicano un rischio potenziale nel consumo di queste sostanze, collegato alla possibilità di sviluppare forme di schizofrenia. In giovani consumatori di derivati della cannabis possono innescarsi, questo dicono i dati, disturbi schizofrenici fino a quattro volte in più che in giovani non consumatori. Ultimi dati molto utili, analizzati all’incontro di Bari, sono quelli epidemiologici che arrivano dall’Ontario, in Canada. Qui, per anni, sono stati monitorati gli accessi al Pronto soccorso. Dati che devono fare riflettere anche in Italia».

La collaborazione per battere il fenomeno

Il dottor Saccon ricorda che nelle linee guida del Veneto per l’intervento su questi temi occorre spingere sulla collaborazione multidisciplinare tra servizi contro le dipendenze, centri di salute mentale, servizi per i minori. Ma non sempre questo accade a causa anche della carenza di investimenti. Insomma: se i pusher puntano al marketing, non solo nell’area mestrina ma in tutta la provincia, anche i servizi devono promuoversi meglio e far conoscere di più.

Con il suo team, Saccon da alcuni anni ha avviato, per esempio, il progetto Kintsugi 1424 per giovani dai 14 ai 24 anni. Il nome viene dalla tecnica giapponese di riparare gli oggetti con infiltrazioni d’oro o altri metalli preziosi. E lo stesso vuole fare il servizio intervenendo su quel 10 per cento di popolazione giovane che frequenta i Serd delle aziende sanitarie.

Per il 37 per cento, sono studenti, pochissimi lavorano e il 75% vive in casa con la famiglia. Il 90 per cento diventa consumatore di stupefacenti partendo dai cannabinoidi. Oltre il 70% la droga la fuga. Dei circa 100 assistiti, un terzo è in terapia sostitutiva e la presa in carico dura in media 34 mesi: quasi tre anni. Il servizio è uno spazio informale, accessibile, pensato per parlare ai giovani e coinvolgerli creando attorno a loro una rete con le associazioni del territorio, la scuola, le famiglie. —

 

Riproduzione riservata © La Nuova Venezia