Fenice, la città guarda a Venturini: il metodo Colabianchi sott’accusa
Dopo gli scioperi che hanno fatto saltare due appuntamenti della stagione, si accende il dibattito sul futuro del Teatro La Fenice. Dalle critiche alla nomina del sovrintendente Nicola Colabianchi alle rivendicazioni sindacali, le voci di ex amministratori, imprenditori e rappresentanti della cultura veneziana

Si fa in queste ore sempre più nitida l’impressione che la frattura divampata alla Fenice, tra gli orchestrali in rotta con la direzione, e in sciopero due su due date di apertura della stagione, risalga al metodo di scelta del sovrintendente (e direttore artistico) Nicola Colabianchi.
«Un vizio di origine nella nomina di una figura imposta dal Governo», introduce l’elemento di riflessione l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. «Non ha avuto la capacità di trovare un feeling con il teatro, nonostante il bravissimo direttore generale, Andrea Erri». Politica e diritto del lavoro, punto e accapo.
«Le questioni fondamentali a cui la Fondazione non ha mai dato riscontro nell’ultimo anno sono la valorizzazione delle professionalità, la pianta organica da rivedere, per settori che sono in sofferenza, l’accentramento dei poteri ad una unica figura facente parte della direzione (Colabianchi, ndr)», ripercorre il segretario territoriale Fials-Cisal Marco Trentin, che puntualizza: «La questione economica - l’indennizzo - riguarda solo la trasferta in Cina. L’amministrazione del teatro si dimostra ancora una volta non in grado di intrattenere relazioni sindacali corrette. In questo frangente, speravamo in un aiuto più incisivo del nuovo sindaco».
È chiaro che in ballo c’è molto di più delle due prime di stagione che saltano: il 13 novembre (“Fedora” di Umberto Giordano, lirica) e il 28 (sinfonica). In questo trambusto, le voci veneziane si dividono.
Empatizza con quanto votato a maggioranza dagli orchestrali Gabriella “Lella” Torzo. Ragazza del 1943, «sono nata nel foyer della Fenice», scherza. Storica abbonata, fedelissima anche al Comunale di Bologna, di musicisti e coro dice: «Non hanno demorso per mezzo franco in più, e hanno fatto bene. La Fenice ha un nome tale per cui si meritava di meglio. Ci siamo lasciati scappare persone del calibro di Pierangelo Conte, ora sovrintendente a Bologna. Trovo il programma di quest’anno miserabile». C’è chi osserva lo scisma con la speranza di un sarto davanti a un tessuto liso. «La Fenice è uno dei rari luoghi in cui un veneziano possa ancora manifestarsi, un presidio di cultura da custodire. Mi auguro per il bene di tutti si arrivi quanto prima a un accordo tra le parti», auspica Sonia Guetta Finzi, presidente dell’associazione culturale Musikàmera. Il nome del suo bisnonno, Vittorio Friedenberg, è tra i palchettisti citati all’esterno del teatro.
«Dobbiamo lasciare che direzione e maestranze lavorino per trovare un punto di equilibrio nell’interesse generale», interviene il primo procuratore di San Marco, Bruno Barel. Più severa, e pragmatica, la chiave di lettura dell’imprenditore Marco Vidal. Veneziano, habitué, volto dietro a Mavive Spa e The Merchant of Venice (che è sponsor della Fenice). «Forse ci sono altre occasioni per fare muro. Me lo chiedo», riflette l’uomo dei profumi, per cui «il lavoro degli scioperanti è legato alle sorti del teatro, alla sua capacità di crescere e affermarsi nel mercato competitivo della lirica, punto di riferimento solido e continuativo dell’offerta culturale veneziana. Gli appassionati non hanno mai fatto mancare il loro supporto agli orchestrali, molti di noi capirebbero di più il saper guardare oltre in due date così cruciali».
Credeva possibile si trovasse un punto di caduta diverso Emanuela Bassetti, vicepresidente di Marsilio Editori e presidente Marsilio Arte: «Spiace che non sia accaduto per la prima di Fedora», nota, «un’opera sui pericoli dell’intransigenza, in questa circostanza particolarmente simbolica».
Bolla come del tutto fuori luogo lo sciopero indetto dai dipendenti della Fenice il direttore dell’Associazione veneziana albergatori, Daniele Minotto. «Dopo che», chiarisce, «gli strumenti dell’orchestra, scelta come ambasciatrice di Venezia in Cina per l’inaugurazione della nuovissima Shanghai Grand Opera House, sono stati sequestrati dalla dogana cinese perché nei con dentro le custodie era stata nascosta della merce contraffatta. Ma scherziamo?».
Lo dice dritto l’ex sindaco Giorgio Orsoni: «È una frattura che risale al metodo di scelta del sovrintendente, che si è riproposto sulla disgraziata vicenda della direttrice Venezi. Oggi abbiamo un giovane sindaco, sensibile al tema, e che non ha debiti nei confronti del Governo. Molto dipenderà da quanto riuscirà a raddrizzare questa situazione, esercitando il suo ruolo di rappresentante della città, e di presidente del Consiglio di indirizzo del Teatro. La Fenice è l’emblema di Venezia. Assistere a questi conflitti, da veneziano, fa male. Viene da chiedersi perché. Ne va dell’operatività, del nome del teatro». «Continuo a leggere posizioni preoccupanti sul diritto allo sciopero», chiosa il fondatore del comitato Sconcerto Grosso, Giorgio Peloso Zantaforni, «è un diritto costituzionale. Fine».
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