«Far funzionare il Mose ora sarebbe troppo pericoloso»

Il Commissario del Consorzio Venezia Nuova Giuseppe Fiengo contro le fake news: «Non ci sono le condizioni per sollevare le paratoie. Servirebbero pontoni in ogni bocca, gruppi elettrogeni di sicurezza e decine di uomini»

VENEZIA«Le barriere del Mose non si potevano sollevare. Né il 12 novembre né l’altra notte. Sarebbe stato molto pericoloso. E aprendo una sola barriera ci saremmo esposti ad altri rischi». Non cerca la polemica, il commissario del Consorzio Venezia Nuova Giuseppe Fiengo. Ma le ipotesi fantasiose e le fake news circolate per la seconda volta negli ultimi giorni, dopo la serie nera di acque alte, lo hanno parecchio infastidito. «Il Mose non è concluso né collaudato», spiega l’Avvocato dello Stato, «stiamo accelerando, ma gli impianti ancora non sono funzionanti. Così i compressori e gli impianti di sicurezza. Cosa potrebbe succedere se viene a mancare la corrente? Non dimentichiamoci che là sotto lavorano decine di persone».. Davvero non c’è possibilità di sperimentare le barriere per una difesa almeno parziale dalle acque alte eccezionali?

Giuseppe Fiengo
Giuseppe Fiengo


«Nella notte del 12 novembre», scandisce Fiengo, «non c’erano nemmeno le condizioni minime di sicurezza. Era in corso non solo un’acqua alta ma una turbolenza mai vista, con venti a velocità di oltre 100 chilometri l’ora e cambiamenti continui e improvvisi. Il sistema non è stato mai tarato in condizione di mare avverso. Le prove partiranno alla metà del 2020, e si concluderanno alla fine del 2021».

Ma nemmeno nel corso degli ultimi eventi, insiste l’amministratore straordinario, si sarebbe potuto azionare il Mose. «Non ci sono gli impianti definitivi. Dunque molte cose si devono fare “in manuale”, ricorrendo al la voro di operai. Per fare una prova in condizioni reali si dovrebbe avviare una grande macchina con zattere e pontoni in ogni bocca, gruppi elettrogeni di emergenza, squadre di soccorso, ingegneri e tecnici, vigili del fuoco. E anche esperti in grado di verificare cosa succede in quei momenti in laguna».

Dunque la salvaguardia da quegli eventi estremi per i prossimi due anni non sarà possibile? Fiengo elenca le attività in corso. Molte riguardano i controlli sui materiali delle paratoie, delle cerniere. Altre il programma di manutenzione. Come la 25esima prova di sollevamento che è stata avviata l’altro giorno a Treporti. Nell’occasione si sono ripulite le paratoie dai detriti, liberando gli alloggiamenti sul fondo dai sedimenti e dalla sabbia accumulata. «Quando siamo arrivati qua nel 2015», ricorda Fiengo, «abbiamo trovato una situazione di illegalità diffusa. E anche moli lavori fatti male». È stata commissariata anche la società Comar, di proprietà delle tre azioniste principali del Consorzio (Mantovani, Condotte, Glf Fincosit) che doveva servire per fare le gare, come prescritto dall’Unione europea. In realtà la contabilità non era chiara, gli utili venivano accantonati e redistribuiti alle imprese.

Un controllo di legalità che a qualcuno adesso va un po’ stretto. Preferendo puntare sulla necessità di accelerare i lavori e finire l’opera.

Ma anche sul piano amministrativo i problemi non sono risolti. A metà gennaio il Tar del Lazio si dovrà pronunciare sui ricorsi delle grandi imprese – estromesse dai lavori perché in concordato – e sulla loro richiesta di risarcimento per i mancati lavori.

A Fiengo e Francesco Ossola, il secondo commissario, Mantovani e il Consorzio Covela hanno chiesto 190 milioni di euro di danni. «L’accusa è quella di aver difeso gli interessi dello Stato e non quelli delle imprese», allarga le braccia Fiengo. «Ma noi andiamo avanti. Il Mose lo vogliamo finire». —

Alberto Vitucci
 

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