De Sica, Kashoggi e Fede quando il gioco era da vip

Ca’ Vendramin in gestione ai privati, a Venezia se ne va definitivamente un’epoca I ricordi dell’ex amministratore D’Ancona: «Due cassettine per evitare i raggiri»
Di Alberto Vitucci

Prima delle slot, dei cinesi e della concorrenza dell’on line, il Casinò era un luogo di «Vip» e del jet set. Attori, miliardari, principi. Sale invase dal fumo, dai gioielli e dalle fiches. Incassi miliardari (in tempi di euro), laute mance per i croupier, alberghi pieni di giocatori incalliti. Altri tempi, ma c’è chi si ricorda del principe Adrian Kashoggi, assiduo frequentatore della casa da Gioco con il suo seguito e il suo megayacht ormeggiato in Riva Sette Martiri. Poi finito nei guai con la giustizia proprio peri suoi debiti di gioco nei Casinò italiani e per sospetti su un trafficio d’armi. E di Vittorio De Sica, regista attore del nerorelismo italiano che sui tavolio verdi di Ca’ Vendramin Calergi e del Casinò del Lido ha lasciato negli anni d’oro un bel gruzzolo di denari. Era un giocatore incallito, il grande De Sica, e il casinò di Venezia lo accoglieva coccolandolo durante le sue incursioni a margine della Mostra del Cinema. Proprio per «ricompensarlo» in qualche modo delle perdite, «la Casinò Spa» di Mauro Pizzigati aveva deciso di sponsorizzare il restauro del suo capolavoro, il film «Ladri di Biciclette». Ai tavoli verdi sono tanti i vip calati negli anni con lo scudo della riservatezza. Attori e industriali, il giornalista Emilio Fede, a un certo punto dichiarato «non gradito» per i suoi debiti. Allora il Casinò li ospitava in alberghi di lusso, gli offriva la cena e il trasporto. E il guadagno era comunque assicurato.

Se lo ricorda bene Antonio D’Ancona, per quasi trent’anni Segretario generale del Comune e amministratore del Casinò, anche quando non era ancora una società ma una «municipalizzata» pubblica, gestita direttamente da Ca’ Farsetti. Allora i dipendenti erano meno della metà di oggi, le slot machine non erano ancora arrivate. Il Comune già pensava, dalla fine degli anni Settanta, il modo per affidare la gestione ai privati, anche per evitare rischi all’ente pubblico mantenendo gli incassi. Si puntava sui clienti facoltosi. «Li ospitavamo con grandi onori, e loro ricompensavano», ricorda D’Ancona. Da allora il mondo è cambiato. Ma curiosamente la tendenza torna verso i giochi da tavolo e la clientela d’elite. La concorrenza dello Stato, che ha concesso le «macchinette» ai bar sotto casa, il gioco on line, la crisi economica. E non ultima la norma «antiricilaggio» che impone alle Case da Gioco di non accettare contante sopra i 2500 euro. Chiaro che i ricconi scappano pur di non essere identificati e se ne vanno oltreconfine, a Nova Gorica e in Slovenia. «Un problema serio», dice D’Ancona, «e in realtà il nostro Casinò non è mai stato terra di riciclaggio». Episodi isolati e non di grandi proporzioni. D’Ancona ricorda il sistema «artigianale» che veniva usato dai dirigenti del Comune (il direttore Baretton e lui stesso) per evitare raggiri. «Due cassettine, una dove si metteva il denaro del cliente, l’altra con cui si facevano i pagamenti, con soldi ritirati dalla banca la mattina stessa. Il giorno dopo portavamo in banca gli incassi per farli controllare. E i rischi erano minimi». Eppure a Ca’ Vendramin non arrivavano soltanto i Vip del cinema e della finanza. Ma anche industriali e commercianti del Sud. Gente che si portava dietro i contanti e li spendeva in una sera. «Adesso», dice D’Ancona, «il Casinò ha aperto con le slot alle fasce basse. Ma i 50 euro se li spendono per strada, nei bar o nelle sale giochi». Dunque, occorre forse cambiare». Impossibile tornare ai tempi d’oro, quando il Casinò del Lido - rapinato da Felice maniero – era la casa del jet set internazionale. Ma le slot, è il giudizio di tutti, non funzionano più. E adesso occorre voltar pagina.

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