«Così aiuto i piccoli profughi in Macedonia»

Daniele Bombardi, 35 anni, è uno dei responsabili della Caritas italiana per i Balcani

CEGGIA. «Un terzo delle persone in arrivo sono bambini piccoli. Lo scorso inverno mi ha turbato molto vederli. Arrivavano non vestiti adeguatamente per il freddo, costretti a fermarsi in luoghi non riscaldati. Davvero l’Europa non è in grado di offrire loro qualcosa di meglio?».

A parlare è Daniele Bombardi. Classe 1981, di Ceggia, Daniele è uno dei responsabili di Caritas italiana per i Balcani. In questo ruolo, sta operando al confine tra Macedonia e Grecia, snodo cruciale lungo la rotta dei migranti.

Dai Balcani, nel 2015, sono transitate verso l’Europa 850 mila persone, cinque volte più che in Italia. Daniele Bombardi, insieme ad Alessandro Cadorin, entrambi legati alla Diocesi di Vittorio Veneto, sono tornati da quelle parti, a Gevgelija, proprio il giorno prima della visita in Grecia di Papa Francesco. Gevgelija, in Macedonia, dista poche centinaia di metri dal campo profughi di Idomeni, posto in territorio ellenico. Qui migliaia di migranti sono rimasti bloccati, perché il confine è chiuso. Un po’ come sta progettando di fare l’Austria al Brennero. Dalla Macedonia Daniele Bombardi ha deciso di diffondere la sua testimonianza, raccolta in un lungo dialogo da Tommaso Bisagno, giornalista del periodico diocesano L’Azione.

«Ci occupiamo della questione da agosto, da quando cioè è esplosa. Lo scenario è cambiato tante volte. Prima il caos, poi una certa organizzazione, prima il confine aperto e poi chiuso», racconta Daniele, «anche le persone in arrivo sono cambiate. Prima c’erano soprattutto siriani e iracheni, ora si sono aggiunti anche afghani, iraniani, somali, anche marocchini». Come tutte le Caritas estere, anche quella italiana supporta il lavoro delle Caritas locali per ottimizzare le risorse. Daniele e Alessandro hanno anche collaborato alla stesura dei programmi di emergenza.

L’attività varia a seconda dei posti. «Per esempio forniamo pasti (dapprima con cibo in scatola e poi organizzando mense), kit per l’igiene personale, vestiti pesanti d’inverno», prosegue il giovane ciliense, «a gestire i campi sono l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati o la Croce Rossa e sono loro a stabilire cosa deve fare ciascuna organizzazione. Inoltre, grazie ai fondi dati dalla Cei, Caritas italiana si occupa anche di risposte per il medio-lungo periodo. Abbiamo aiutato alcune parrocchie ad allestire delle cucine. Se poi i profughi non ci saranno più, la struttura resterà per i poveri del territorio. Inoltre aiutiamo a ristrutturare delle strutture parrocchiali, pronte all’accoglienza se i migranti dovranno restare a lungo». L’attività va di pari passo a quella originaria di sostegno alla popolazione locale. «Si riesce comunque a fare tutto, a dedicarsi agli uni e agli altri. Ma anche qui circola la stessa retorica del “prima noi” che in Italia», conclude Daniele Bombardi. (g.mon.)

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