Consorzio Venezia Nuova verso la liquidazione: 4 milioni al commissario Miani
Il Tar del Lazio gli aveva dato ragione dopo le sue diffide al governo e il ricorso presentato. Il ministero delle Infrastrutture aveva calcolato che il compenso spettante per sei anni di lavoro ammontava a 808 mila euro, più o meno parametrato a quello dei dirigenti delle società pubbliche

Quattro milioni di euro al commissario liquidatore. È questo il nuovo compenso che Massimo Miani, commercialista veneziano che nel novembre 2020 è stato nominato dal governo per liquidare il Consorzio Venezia Nuova metterà in tasca. L’accordo è ormai imminente, dopo che lo stesso Miani aveva fatto causa allo Stato perché riteneva il suo compenso «non adeguato» al lavoro svolto.
Il Tar del Lazio gli aveva dato ragione dopo le sue diffide al governo e il ricorso presentato. Il ministero delle infrastrutture aveva calcolato che il compenso spettante per sei anni di lavoro ammontava a 808 mila euro, più o meno parametrato a quello dei dirigenti delle società pubbliche. Troppo poco per il professionista veneziano che rivendica di aver fatto «un grande lavoro per sistemare i bilanci del Consorzio».
Ed ecco allora il nuovo traguardo. Quattro milioni, più o meno la metà di quanto serve per pagare in un anno gli stipendi di tutti i dipendenti del Consorzio, poco più della metà della liquidazione richiesta all’epoca dal presidente Giovanni Mazzacurati. Tutto legale, ma la notizia fa già discutere i lavoratori. Nei tempi in cui si tratta per l’integrativo dei dipendenti dell’Autorità per la laguna e sugli esuberi di Thetis, la società del Consorzio destinata alla vendita e dello stesso Consorzio.
Miani era stato nominato dalla ministra Pd delle Infrastrutture Paola De Micheli nel novembre del 2020, all’indomani dell’Aqua Granda. Commissario liquidatore il suo incarico, per portare l’ex corazzata monopolista protagonista di tanti scandali allo scioglimento. Al suo posto avrebbe dovuto entrare la nuova Autorità della laguna entrata in piena operatività solo qualche mese fa. Le opere della salvaguardia sono in grave ritardo.
Il Mose in quanto dighe mobili è quasi completato, così come i collaudi funzionali e le conche di navigazione. Entro la fine dell’anno dovranno essere consegnate dal Consorzio allo Stato, entrando a far parte del patrimonio demaniale. A quel punto non saranno più un cantiere, ma avranno bisogno della gestione di una società ad hoc, creata dall’Autorità.
Nel frattempo il Consorzio è sopravvissuto per altri sei anni, e andrà avanti per almeno due. Finché non saranno completate anche le altre opere complementari come la demolizione della piarda di Malamocco, il cantiere “provvisorio” che aveva cementato la spiaggia per costruire i cassoni del Mose. Intanto il governo della salvaguardia transita lentamente verso l’Autorità. Il nuovo ente creato nel 2020 - ma avviato cinque anni più tardi - che dovrà sostituire il Consorzio e diventare il nuovo Magistrato alle Acque.
Tutto a posto? Niente affatto. Perché l’Autorità non dispone ancora del personale e di tutti i finanziamenti. Perché il programma della manutenzione delle paratoie va a rilento. Ne sono state ripulite soltanto quattro-cinque su 78. Molte sono sott’acqua da 13 anni, con problemi di incrostazioni e di usura delle cerniere. È vero che il Mose ha dimostrato finora di funzionare, mettendo al riparo la città da più di un centinaio di acqua alte eccezionali. Ma restano gli interrogativi sulla sua durata e sulla tenuta in caso di tempeste. Resta anche aperta l’incognita sulle “altre” opere progettate per difendere la città dalle acque medio alte, in continuo aumento per il cambiamento del clima e il rialzo del livello dell’Adriatico. Interventi lasciati in coda da che chi ha guidato il Mose negli ultimi decenni, dando priorità alla grande opera.
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