Con la mazza sotto il banco «Ma qui tutti hanno paura»
IL Racconto
«Io non ho paura di niente, perché ho questa. L’ho usata tante di quelle volte».
Gianni si allontana dal bancone del locale di via Piave che gestisce da 32 anni, per prendere in mano una mazza di ferro.
A pochi passi da qui, giovedì sera si è consumata l’ennesima violenza, a colpi di coltello. Le macchie di sangue sono state lavate ieri mattina, la paura e la rabbia del quartiere restano.
«Secondo me era un regolamento di conti tra nuove bande. Non ho riconosciuto i volti, quelli di ieri sera non li avevo mai visti. Probabilmente è arrivato un nuovo gruppo di nigeriani, che ha provato a prendere in mano il giro dello spaccio, e si è scontrato con quello vecchio».
Titolare da vent’anni del ristorante «Al piron d’oro», Giuseppe Perrotta parla con la perizia di chi certi movimenti ormai li maneggia agevolmente, suo malgrado.
«La polizia è arrivata tardi, come sempre. Fosse arrivata subito, non avrebbero fermato soltanto le tre - quattro persone trovate ancora lì, ma altre venti».
È stata questione di pochi attimi e i residenti di via Piave, dall’occhio ormai abituato, subito hanno capito che, questa volta, la questione era più grossa del solito.
«Ho visto sei - sette ragazzi correre da via Sernaglia verso l’incrocio con via Felisati, con delle bottiglie di vetro in mano. Ormai fanno così: se non hanno i coltelli, recuperano le bottiglie».
Dalle parole di Ernesto Rosapepe, titolare del bar Coffee Break, traspare una rabbia superiore persino alla paura. «Ho visto uno di loro strisciare per terra, agonizzante. Pensavo non ce l’avrebbe fatta. La Polizia ha impiegato 25 minuti ad arrivare. Ci dicono di avere pazienza, perché vogliono prendere i capi. Il Prefetto è venuto qui nel 2018, ce lo aveva promesso».
«Ma che intanto si accontentino dei “pesci piccoli”, visto che non ce la fanno» continua Perrotta.
«Dicono che appena ne mettono dentro uno, questo subito esce. Ma è una scusa, questa? Che li prendano, intanto, che è il loro mestiere. Che tolgano loro tutto quello che hanno e che poi lo rifacciano, e ancora, e poi vediamo se avranno ancora voglia di spacciare. Io vedo fermarsi macchinoni di “italianissimi”, con i seggiolini sui sedili posteriori. Si fermano e comprano la droga. È un viavai continuo. Ho avuto clienti che mi hanno chiesto di chiamare loro il taxi per tornare all’hotel Bologna, a 300 metri dal mio ristorante, perché avevano paura».
Conferma Rosapepe: «A queste condizioni è impossibile lavorare. La gente non viene più: non vengono i mestrini, non vengono i turisti. Io avevo un b&b in via Piave, ho dovuto chiuderlo, perché a queste condizioni è impossibile lavorare. Ormai è tutto nelle loro mani» conclude.
Basta un pronome, nel quartiere Piave tutti sanno di chi si parla. L'esasperazione è palpabile, permea le parole che si rincorrono incessanti. Ma cede il passo alla paura, di fronte alla richiesta di un nome e un cognome.
«Mi dispiace ma io sono qui ogni giorno. Li vedo, li riconosco e sono terrorizzata» dice una donna, che lavora in un'attività della zona. «C'è omertà. La gente ha paura, non capisce che qualcosa potrà cambiare soltanto se tutti inizieremo a denunciare a volto scoperto. Gli spacciatori non entrano nel mio locale perché mi conoscono. Questo non è uno spazio pubblico, io qui la gente che fa casino non la voglio» conclude Rosapepe. —
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