Carceri cittadine in terraferma a Venezia: destra possibilista, chiusura del Pd

Bazzaro: «Maroni ci pensava». Venturini: «Serve un piano nazionale». Per Martella si perderebbe il rapporto tra detenuti e reti sociali

Marta Artico
Papa Francesco in visita al carcere della Giudecca
Papa Francesco in visita al carcere della Giudecca

Spostare gli istituti penitenziari in terraferma? Il quesito divide la politica. Il suicidio della donna di 32 anni che si è tolta la vita nel carcere femminile della Giudecca, ha riacceso dibattito sulla necessità di adeguare le strutture penitenziarie e pensare un nuovo spazio in terraferma. «L’edilizia carceraria nel Paese è un tema di primo piano» interviene l’assessore alle Politiche sociali, Simone Venturini «se ne parla da 35 anni di realizzare nuove carceri moderne, dove avviare attività laboratoriali di insegnamento di un lavoro, invece in Italia le carceri sono vecchie, all’interno dei centri storici e con criticità legate alla obsolescenza delle strutture. A Venezia le situazioni delle carceri sono diverse, per numeri e tipologie di reato, e non possono essere assimilate in un discorso complessivo, ma bisognerebbe ragionare a livello nazionale su un nuovo piano carceri che consenta di superare queste criticità».

«Di fronte a questa tragica morte è urgente investire sul personale educativo e sanitario e rendere sempre più agevoli e strutturati i percorsi di reinserimento e autonomia di detenute e detenuti attraverso la formazione e il lavoro» commenta Andrea Martella, candidato del centrosinistra alle amministrative «La questione dello spostamento degli istituti in terraferma, dove non godrebbero della stessa prossimità rispetto al centro urbano, da una parte sarebbe meno dispendioso per comparto e famigliari, dall’altro potrebbe far venir meno quel rapporto di permeabilità tra città e carcere, tra istituzione e reti sociali che hanno permesso di umanizzare la detenzione e fatto della Casa di reclusione della Giudecca un modello positivo e riconosciuto. È giusto affrontare in maniera seria la situazione carceri nel nostro Paese, vera emergenza, e avviare una discussione proficua aperta a tutte le parti coinvolte: istituzioni, sindacati, dipendenti, familiari, privato sociale e volontariato».

«Si tratta di una operazione che va valutata bene soprattutto per il carcere femminile innervato nella città con molte attività sociali e lavorative» chiarisce il consigliere Pd Paolo Ticozzi «rispetto al maschile sarebbe più facile pensare un trasferimento, visto che c’è un basso tasso di persone che lavorano fuori». «Non credo la priorità sia pensare a un nuovo carcere» commenta il consigliere Gianfranco Bettin «bensì, intanto, rinnovare il carcere esistente, con più educatori, psicologi, oltre al personale ordinario da potenziare. E smetterla leggi che a ogni problema rispondono con più carcere».

«Venezia ha perso anni or sono l’opportunità con il piano carceri dell’allora ministro Roberto Maroni di avere una nuova struttura in terraferma» dice secco Alex Bazzaro, consigliere della Lega: «Un grave errore che oggi penalizza l’ottimo lavoro della polizia penitenziaria. È evidente che le sedi maschili e femminili presentino difficoltà logistiche che costringono gli operatori a lavorare in strutture vetuste e geograficamente complesse. Sarebbe auspicabile che la nostra città riprendesse in mano, assieme al Governo, l’opportunità di costruzione una nuova struttura in terraferma. Per facilitare le forze dell’ordine che lavorano e devono vivere in città e i famigliari dei detenuti».

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