Capitano non credibile lei non lo ha calunniato

Le motivazioni della sentenza con la quale il giudice ha assolto l’ex fidanzata dell’ufficiale dei carabinieri che a gennaio sarà processato per violenza sessuale
Di Giorgio Cecchetti

«Non è verosimile che la sequenza degli avvenimenti fosse stata quella di un rapporto sessuale consenziente». E ancora: «La credibilità dell’ufficiale dell’Arma appare compromessa a vario titolo». Queste alcune frasi delle motivazioni della sentenza firmata dalla giudice veneziana Marta Paccagnella con la quale è stata assolta l’ex fidanzata del carabiniere perché il fatto non sussiste dalle accuse di calunnia, falsa testimonianza e tentata estorsione nei confronti del capitano Claudio Martino, un tempo in servizio alla Radiomobile di Mestre ora in Calabria, a sua volta indagato per violenza sessuale nei confronti della giovane (il processo è fissato il 9 gennaio davanti al Tribunale). Il magistrato riferisce le due versioni dei fatti: lei che racconta di aver subito violenza, «se non fai quello che voglio non esci da questa casa senza il sangue» la minaccia, quindi le tira una sberla in testa prima della penetrazione; lui riferisce che tutto tra loro è iniziato nel 2008 e che si sarebbe trattato solo di una relazione sessuale. In quei giorni - i fatti sono del 16 gennaio 2010 - lui le aveva detto che era tutto finito e lei non si sarebbe rassegnata, gli avrebbe urlato che gliela avrebbe fatta pagare, chiedendo soldi.

Il giudice spiega che «le stravaganze e le perversioni sessuali, le morbose attrazioni e l’ossessivo attaccamento tra due persone non hanno rilevanza penale» in sé. Sostiene che è provata, soprattutto dalle centinaia di foto e dalle riprese video, «l’accettazione da parte di entrambi di giochi erotici con ruoli di sottomissione e atti sado-masochistici...Sono non punibili, anche se violenti, se volontariamente accettati. Non solo il consenso deve essere iniziale, ma deve esistere il permanere della volontà di continuare».

«Sarebbero bastate le lacrime, che lo stesso Martino ha ammesso di aver visto, e il dolore esternato durante la sodomizzazione a provocare l’interruzione dell’azione violenta» da parte di lui. La sentenza smonta poi le tesi del procuratore aggiunto Carlo Nordio che aveva chiesto la condanna a un anno e un mese per lei: «Gli incontri successivi ai fatti sono probabili, ma non sufficienti a formare prova di colpevolezza per lei... È notorio che per due persone legate in un rapporto complesso e ambiguo abusi e violenza accadono senza per questo che i contatti e i rapporti debbano necessariamente interrompersi». Così, «non è provata la responsabilità dell’imputata visti gli elementi di dubbio sulla fondatezza delle accuse». Infine, il giudice ricorda che agli atti vi sono «centinaia di foto e video che ritraggono numerosi soggetti femminili, tra cui l’imputata e Martino, in pose erotiche e pornografiche, indicativi di un’autonoma inclinazione» del capitano, che invece aveva riferito che era lei a volersi far ritrarre in quelle pose.

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