Solo il calcio possiede la forza di ridare San Marco ai veneziani
La vittoria della squadra cittadina ha risolto in pochi anni sul campo quel che la politica non riesce a sciogliere da mezzo secolo: l’identità comune di due semi-città da valorizzare

Venezia ha perso da tempo la sua agorà. Piazza San Marco, la «piazza» per antonomasia, una delle più celebri al mondo, è stata ceduta da anni all’uso esclusivo dei turisti e dei grandi eventi estivi. Solo il calcio ha restituito ai veneziani – lo si è visto sabato 9 maggio scorso - la forza di riprendersi quel luogo.
La promozione del Venezia in serie A ha riempito la Piazza di una folla che non si vedeva da tempo: una folla di veneziani d’acqua e di veneziani di terraferma insieme, mescolati, irriconoscibili gli uni dagli altri.
Un unico popolo. Il trionfo dell’Unione. Per capire la portata di quel momento bisogna tornare al 1987, quando Maurizio Zamparini ed Enzo Cainero – entrambi scomparsi, e che qui voglio ricordare – concepirono un progetto audace: fondere il Venezia Calcio e l’AC Mestre in un’unica società. Il Venezia portava in dote il fascino del Pier Luigi Penzo, lo stadio in laguna raggiungibile via acqua; il Mestre offriva il campo Taliercio in terraferma, ideale per gli allenamenti e la logistica quotidiana.
L’obiettivo era risalire dalla C2 alla serie A e costruire un nuovo stadio di proprietà a Tessera, nel cuore fisico di quella cerniera tra acqua e terra che è il destino geografico di Venezia. La fusione, all’inizio, fu odiata. Sugli spalti si gridava alternativamente, e l’uno contro l’altro: «Venezia!», «Mestre!», al più «Venezia-Mestre!».
Poi i veneziani di terraferma impararono a conoscere il Penzo: la bellezza di raggiungerlo via acqua, o meglio con una lunga passeggiata che attraversa l’intera Venezia storica, da Piazzale Roma o dalla Riva degli Schiavoni o dalle Fondamente Nuove fino a Sant’Elena. E poi arrivarono i risultati: cinque promozioni in serie A. Sugli spalti, un solo grido: «Unione!».
Sulle maglie restava scritto «Venezia» – e giustamente, perché quel nome valeva “per la gente che vede” di ogni parte del mondo, per chi investendo sulla squadra ha bisogno di ritorni pubblicitari globali, sfruttando il brand costruito nei secoli dalla Serenissima. Ma dentro la città il cuore batteva ormai unionista.
Tanto è vero che è nata un’associazione, l’Unionista APS, che della cultura unionista ha fatto una bandiera identitaria, simboleggiata dai colori arancioneroverdi. Non è solo un riferimento calcistico: è un movimento che mira a superare il dualismo tra laguna e terraferma in nome di un’unica appartenenza territoriale.
Il calcio, insomma, ha risolto in pochi anni sul campo quel nodo che la politica veneziana non riesce a sciogliere da mezzo secolo.
Perché è questo il punto. Cinque referendum sulla separazione – prima di Mestre da Venezia, poi di Venezia da Mestre – hanno costretto la politica locale a muoversi a zigzag tra due spinte opposte e ugualmente sterili: da un lato chi vuole valorizzare due semi-città separate, regalando quella d’acqua alla monocoltura turistica tanto cara agli estimatori «foresti» di Venezia; dall’altro chi riconosce che la civitas veneziana è unica, che si muove ogni giorno di qua e di là dell’acqua e che ha storiche funzioni metropolitane da esercitare sull’intero Nordest.
La storia del calcio ci dice che la seconda visione è quella giusta: solo uniti si vince. Ma il parallelismo tra l’unione calcistica e quella urbana va portato alle sue conseguenze logiche, che vanno ben oltre il confine amministrativo del Comune. La Venezia reale, quella che vive e lavora e produce, non si collega solo con il ponte della Libertà.
Quindici comuni intorno a Venezia esprimono relazioni funzionali «invisibili» con le due semi-città: flussi di pendolari, di studenti, di lavoratori, di merci, di servizi.
Ad un livello superiore la città funzionale veneziana mostra straordinarie potenzialità di integrazione con quelle di Padova e Treviso. È una grande città di fatto, che però non ha forma istituzionale né infrastruttura adeguata per funzionare come tale. Una città che, se si riconoscesse e si organizzasse, potrebbe competere alla pari con le grandi aree metropolitane italiane ed europee.
Perché questo accada, occorre sciogliere definitivamente il nodo tanto amletico quanto infondato delle «due città» e dare forma moderna al superamento della cesura lagunare. Le tecnologie ci sono tutte. Una metropolitana sublagunare da Tessera alle Fondamente Nuove, e da Fusina alle Zattere– ipotesi discusse e accantonata troppe volte – non solo consentirebbe i livelli di interazione della vita moderna tra le due sponde, ma trasformerebbe radicalmente l’economia urbana di entrambe.
Se fosse già in funzione, l’Unione avrebbe forse cercato di ampliare il Penzo, o forse no: ma la scelta sarebbe stata libera, non imposta dalla barriera fisica. Zamparini, giunto sulla soglia della realizzazione del nuovo stadio a Tessera vi rinunciò per trasferire il suo progetto imprenditoriale in Sicilia con il Palermo. Interruppe bruscamente il suo progetto veneziano, ma lasciò l’Unione. E l’Unione ha dimostrato che quando veneziani d’acqua e di terraferma giocano nella stessa squadra, i risultati arrivano.
Oggi, nello spirito unionista che il calcio ci ha insegnato, prepariamoci a raggiungere – speriamo via ferrovia da Santa Lucia – il nuovo stadio nel Bosco dello Sport. E facciamo in modo che anche quella ferrovia, quella connessione, quel superamento della cesura non servano solo per andare allo stadio, ma per costruire finalmente la grande Venezia che la storia e la geografia ci chiedono di essere. Non si tratta solo di calcio.
Si tratta di decidere se vogliamo restare due semi-città perdenti che si guardano dall’acqua, o diventare una grande città intera e vincente. L’Unione, sul campo da calcio , ha già scelto. —
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