Cacciari: «Un mostro creato dai politici e adesso tocca a loro»

L’ex sindaco: colpa di chi ha difeso il regime di monopolio. Ne denunciai i pericoli alla Corte dei conti, fu tutto archiviato

VENEZIA. «Adesso tocca alla politica. Devono emergere le responsabilità di chi ha creato questo mostro giuridico che si chiama Consorzio Venezia Nuova. E di chi ha sempre difeso in questi anni il suo regime di monopolio nei lavori di salvaguardia in laguna. Non si poteva che arrivare a questo punto. E adesso non si può dare ogni colpa alle strutture tecniche del Consorzio».

Massimo Cacciari è stato sindaco di Venezia per la terza volta dal 2005 al 2010. Periodo in cui, con il voto contrario del Comune e dello stesso Cacciari, il governo Prodi aveva dato il via libera al proseguimento dei lavori del Mose, avviati nel 2003 dal governo Berlusconi con la benedizione del patriarca Scola e dell’allora sindaco Paolo Costa. Non erano state nemmeno considerate le proposte alternative che venivano dal territorio. Bocciate senza nemmeno analizzarle le idee che il Comune e Cacciari avevano proposto in alternativa alle dighe mobili del Consorzio. Le paratoie a gravità, le barriere provvisorie e rimovibili, gli interventi alternativi. In Consiglio dei ministri Prodi aveva detto «no» al Comune e anche a due suoi ministri (Mussi e Pecoraro Scanio) che avevano presentato le relazioni negative dei loro uffici. L’allora governatore Giancarlo Galan aveva applaudito.

Cacciari, se li aspettava questi arresti eccellenti?
«Era chiaro che prima o poi qualcosa sarebbe successo. Questa indagine mette in evidenza un vizio originario, che è stato per anni denunciato da pochi. La madre, anzi il padre di tutti i problemi: la situazione di assoluto monopolio in cui il Consorzio ha operato in questi trent’anni».

La politica ha assecondato?
«Beh... Abbiamo perso la memoria? E le voci critiche, non molte per la verità, sono state sempre inascoltate. Si dà il caso che tra i critici ci fosse anche il sottoscritto, che all’epoca era sindaco della città interessata ai lavori del Mose».

Il governo vi aveva convocato per decidere.
«Abbiamo scritto migliaia di pagine sull’argomento, critici ed esperti di fama che mettevano in luce proprio queste cose: il rischio del monopolio e delle turbative, i prezzi aumentati, la mancanza di studi su alternative meno costose e più efficaci per difendere Venezia dal’acqua alta. Siamo stati quasi derisi allora. E allora il governo Prodi decise di andare avanti comunque con la grande opera».

Qui però stiamo parlando di turbativa d’asta e prezzi lievitati.
«Anche questo sta scritto da anni, ad esempio nelle ordinanze della Corte dei Conti. Il regime di monopolio ha portato a questa situazione. Ricordo che dopo la denuncia ero stato convocato e ascoltato da un gruppo di togati sonnacchiosi. Tre minuti in tutto, poi avevano deciso l’archiviazione».

Significa che questa storia dei prezzi e dei lavori «gonfiati» non è una novità?
«Io dico che in quell’indagine della Corte dei Conti c’era già scritto tutto».

Non che le gare d’appalto venivano truccate come emerge adesso.
«Voglio dire chiaramente che io stimo l’ingegner Mazzacurati. È stato un avversario sulla questione del Mose ma con me si è sempre comportato con grande correttezza. Aspettiamo che la magistratura finisca il suo lavoro, ma mi sembra un po’ facile scaricare tutto su di lui e sulla struttura tecnica del Consorzio».

Che significa?
«Che bisogna cercare le responsabilità di chi ha creato questo mostro. Una responsabilità politica, bypartisan».

Facciamo nomi?
«Beh, Prodi e Berlusconi, prima di tutto. E qualcuno che non ha mai voluto sentir ragione a mettere in discussione quel progetto. E soprattutto procedure di concessione unica e mancanze di controlli che hanno dato l’input a effetti come questi».

Il vizio dunque sta nella Legge speciale.
«In alcune parti della legge del 1984. Quando si decise di costituire un concessionario unico per le opere di salvaguardia in laguna e di puntare tutto su un’unica grande opera, il Mose, senza badare alle alternative e dirottando tutti i fondi della salvaguardia di Venezia su quell’opera. Un potere enorme, che poi si è esteso anche a tutti gli altri grandi lavori in laguna. Con quel sistema monopolistico di gestione dei lavori e dei pochi appalti era inevitabile, quasi fisiologico che si arrivasse a questo punto».

Ci sono delle responsabilità individuali di chi, sembra, ha fatto fatture false e truccato le gare.
«Su questo i giudici indagano, fanno bene. Ripeto, io e pochi altri queste cose le denunciamo inascoltati da anni. Ma al di là dei singoli episodi c’è un sistema mostruoso che ha creato tutto questo. Lavori affidati sempre alle stesse imprese, piccole aziende locali soffocate dalla mancanza di fondi e dal monopolio delle grandi imprese che si spartivano tutto».

Vuol dire che non crede alla colpevolezza di Mazzacurati?
«Rispetto il lavoro della magistratura. Voglio solo dire che il mandante di questa situazione è la politica. Si è creato un sistema che ha dato questi frutti. E oggi, dopo tanti anni si scopre che alcune imprese erano favorite rispetto ad altre. Quando queste cose le denunciava il sindaco di Venezia, a Roma non ho trovato ascolto».

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