«Città universitaria lagunare per accogliere gli studenti»
Riceviamo e pubblichiamo un intervento del candidato sindaco di Ora!

L’articolo di Francesco Giavazzi sul vostro quotidiano esprime magistralmente ciò che siamo andato proponendo in questi mesi agli elettori. La diagnosi è la stessa e le direzioni di lavoro pure. Se chiedo la parola, è per sottolineare la domanda di discontinuità politica che sia l’analisi che le proposte implicano. La sfida vera di queste elezioni è tutta politica: quanti veneziani avranno il coraggio di rompere con cinquant’anni di schemi fallimentari e vuote promesse? Quanti getteranno la bandiera ideologica per dire che bisogna Fare le cose Ora!?
Destra e sinistra hanno permesso — talvolta incoraggiato — la monocultura turistica e l’abbandono di Porto Marghera, dove i posti di lavoro persi negli anni Sessanta non sono mai stati ricreati se non con i salari miserabili di una immigrazione mal gestita. Né Cacciari né Brugnaro hanno mai mosso un dito per invertire la rotta.
Le quattro crisi strutturali che il nostro programma individua — demografia, monocultura turistica, frattura terra-laguna, sparizione produttività — dipartono da un’unica radice politica: miopia, provincialismo e incompetenza dei gruppi dirigenti locali. Alla guida del nostro Comune mancano, da quasi 50 anni, le competenze delle città italiane ed europee comparabili a Venezia. Giavazzi lo descrive con parole più dirette: «inerzia stagnante», «attivismo frenetico, di piccolo cabotaggio, dallo sguardo breve, alla rendita e al tirare a campare», un governo «che ha perso Venezia in un bicchier d’acqua».
Ricostruire il tessuto produttivo, riconnettendo Mestre a Venezia per mezzo della laguna, richiede di attrarre dall’esterno capitale finanziario e umano qualificato. È questo l’obiettivo: tre pilastri — scienze dell’acqua, design e manifattura avanzata, hub diplomatico adriatico — e un sistema policentrico metropolitano. Giavazzi evoca la Bay Area di San Francisco e ricorda che Venezia ha condizioni analoghe. Sophia Antipolis, modello della nostra Università del Made in Venice, è il caso singolo; la Bay Area è la geografia sistemica. Applicata a Venezia, ha un nome: Città Universitaria di Venezia in Laguna, sette chilometri lungo la gronda nord-est, da Scienze Ambientali di Ca’ Foscari fino al Villaggio Laguna.
È la risposta alla domanda di Giavazzi: come trasformare un’università di pendolari in una dove gli studenti vivono, e dove tornano anche i veneziani? Sul porto, l’orizzonte temporale è limitato: intorno al 2040 il livello del mare renderà non sostenibile il traffico nelle dimensioni attuali. Fatto allegramente ignorato dalla giunta Brugnaro ma anche dalle precedenti, eccezion fatta per l’off-shore proposto da Paolo Costa, che appare però sempre di più improbabile.
Trieste, indicata da Giavazzi, è seria anche se a noi l’opzione oggi più realistica sembra essere Chioggia. La decisione, entro il quinquennio, è uno degli impegni che assumiamo. Giavazzi chiude citando Steve Jobs e invocando un pizzico di follia. Mi accontento di un grado più modesto: credere che Venezia possa tornare a essere La Serenissima, se mettiamo alla sua guida i suoi cittadini e le sue cittadine migliori — anche facendoli tornare da Milano, dagli Usa, da Londra. Per questo mi candido a Sindaco.
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