«Bancarotta Ceit, condannate Cavaliere»

Villaggio vacanze in Croazia, il pm chiede 3 anni per l'esponente leghista
Enrico Cavaliere
Enrico Cavaliere
 È l'aprile 2001 e l'operazione immobiliare per la costruzione del villaggio-vacanze Skipper in Croazia è già in bilico. Ecco perché 560 milioni di lire arrivano d'improvviso dal conto corrente acceso dalla Lega Nord presso il Banco di Napoli di Montecitorio. Ma il salvataggio non funziona. Una verità svelata ieri davanti ai giudici del tribunale di Padova dal commercialista Carlo Pampaloni, il consulente del pubblico ministero Paolo Luca, titolare dell'inchiesta sul crac della società promotrice del fallimentare investimento che ha portato sul banco degli imputati l'architetto mestrino, leghista della prima ora, Enrico Cavaliere, ex presidente del Consiglio regionale del Veneto chiamato a rispondere di bancarotta documentale e per distrazione (un ammanco di 1 miliardo e 875 mila lire) con l'aggravante del danno di rilevante gravità commesse in qualità di componente del consiglio di amministrazione di Ceit. Due reati che hanno convinto il pm a sollecitare una condanna a 3 anni.  Ironia della sorte: l'istituto di credito cui si appoggiava il Carroccio - ha rammentato sempre la pubblica accusa - è nato proprio durante il Regno Borbonico delle Due Sicilie: è suo tramite che la somma di matrice leghista aveva rimpinguato i bilanci Ceit (la società con sede a Montegrotto fallita l'1 aprile 2004), benché figurasse come un prestito personale del partito al tesoriere Balocchi (per anni sottosegretario), non più a processo perché è morto il 15 febbraio scorso. Il danaro fu girato alla società friulana Euroservice e, da questa, venne trasferito a Ceit. Così quel mezzo miliardo di vecchie lire nella contabilità della Lega Nord è stato registrato come un prestito a Balocchi (quasi interamente restituito nel 2006), in quella di Euroservice risultava una somma incassata dal partito di Bossi e dirottata a Ceit, mentre nei bilanci di quest'ultima la somma era contabilizzata come un versamento ricevuto dal tesoriere.  «L'operazione era una modalità mascherata per finanziare il partito - ha rilevato il pm Luca - In quel periodo la Lega era in difficoltà a causa delle perdite della sua emittente televisiva e del giornale La Padania... Quest'iniziativa avrebbe consentito di disporre di liquidità e di realizzare un gran guadagno». Sulla carta era in gioco un intervento faraonico e davvero redditizio: 2.300 appartamenti affacciati sul Golfo di Pirano, 200 posti barca, 4.800 metri quadrati di superfici commerciali per un totale di 220 miliardi di lire di costi e di 129 miliardi di utili. In realtà, a finire nei guai è stato l'intero consiglio di amministrazione Ceit formato da alcuni imprenditori padovani (usciti di scena con il patteggiamento) ma anche dall'architetto-leghista Cavaliere. Il pm ha ricordato: c'erano soldi «in nero» impiegati per pagare tangenti in Croazia. Tra i soci Ceit spiccavano la moglie di Bossi, Manuela Maroni, oltre a diversi parlamentari leghisti. Il 4 febbraio parola alla difesa, poi si va a sentenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © La Nuova Venezia