«Ascione va condannato all’ergastolo» Per il pm l’omicidio è stato premeditato

MUSILE DI PIAVE
Non ha battuto ciglio quando il sostituto procuratore Raffaele Incardona ha pronunciato la parola ergastolo al termine della requisitoria. Poco prima aveva pianto e chiesto scusa per aver ucciso con cinque coltellate la ex moglie Maria Archetta Mennella, per tutti Mariarca, il 23 luglio 2017 nell’appartamento della donna a Musile. Antonio Ascione, pizzaiolo napoletano di 45 anni, reo confesso del delitto, per il pubblico ministero deve essere condannato alla pena massima, nonostante il giudizio con rito abbreviato che gli garantisce lo sconto di un terzo della pena. Sia l’accusa che la difesa hanno puntato sulla premeditazione: l’una per valorizzare l’aggravante che più pesa tra le altre contestate (futili motivi, vincolo di parentela e minorata difesa), l’altra per demolirla.
Tre ore di udienza preliminare, ieri pomeriggio in tribunale a Venezia davanti al gup Massimo Vicinanza, aperte dalle dichiarazioni spontanee di Ascione e proseguite con la requisitoria del pm e le arringhe di parti civili e difesa. Ascione è arrivato dal carcere di Santa Maria Maggiore e ha seguito l’intera udienza. L’unico sussulto di emozione lo ha avuto quando ha parlato dei due figli che ora si ritrovano senza la madre e senza il padre.
Mariarca è stata uccisa all’alba di una domenica di luglio dello scorso anno con cinque fendenti inferti con un coltello da cucina mentre era a letto. Un delitto che, secondo l’accusa, sarebbe stato mosso dalla gelosia di Ascione nei confronti della ex moglie che, dopo la separazione, era arrivata a Musile, aveva trovato lavoro come commessa all’Outlet di Noventa e stava iniziando a rifarsi una vita. Mariarca aveva comunque deciso di riaprire da qualche giorno le porte del suo appartamento al suo ex consorte, che aveva trovato un’occupazione in un locale a Jesolo. Per l’accusa, si è trattato di un delitto premeditato da Ascione, che già nei giorni precedenti aveva minacciato Mariarca con un coltello. Di ciò c’è traccia anche in alcuni messaggini su WhatsApp tra Ascione e la figlia.
Nessuna premeditazione, bensì un raptus per il difensore dell’imputato, l’avvocato Giorgio Pietramala, che in aula ha dato battaglia per dimostrare l’insussistenza dell’aggravante, chiedendo la concessione delle attenuanti generiche. Il legale ha evidenziato come non possa essere premeditato un delitto per il quale l’assassino subito dopo chiama i carabinieri, così come aveva fatto il pizzaiolo. «Ho ucciso mia moglie. Se potete venire, per favore», aveva detto al telefono all’operatore del 112. Contestata dalla difesa anche l’aggravante dei futili motivi.
I familiari di Mariarca, costituiti parte civile con l’avvocato Alberto Berardi e Studio 3A, non erano presenti in aula. Per loro il legale ha formulato le richieste di risarcimento per un totale di 1,3 milioni di euro: 300mila per ciascuno dei due figli della donna, 200mila per la madre, 100mila per ognuno dei cinque fratelli. Si è costituita anche l’associazione “Bon’t Worry - Non Possiamo” che si occupa di donne vittime di soprusi e violenze. La sentenza verrà letta alle 15 di giovedì 4 ottobre. —
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