Amianto, le Ferrovie pagano un maxi danno
Un maxi risarcimento per i danni legati alla lunga e dolorosa malattia e per il conseguente decesso. Danni per 742mila euro che le Ferrovie dello Stato dovranno pagare alle tre figlie di un ex macchinista (vedovo all’epoca del decesso) che per una vita aveva lavorato al deposito locomotive in via Parco Ferroviario. E qui, secondo quanto ricostruito nel corso del procedimento, aveva inalato le fibre d’amianto che, anni dopo, faranno scatenare il tumore. Così ha deciso ieri la giudice del lavoro del tribunale di Venezia Anna Menegazzo, accogliendo le richieste presentate dagli avvocati Giancarlo Moro e Camilla Cenci del Foro di Padova, legali del Patronato Inca Cgil. Finora i risarcimenti avevano interessato meccanici, manutentori, elettricisti (o i loro familiari) che avevano lavorato al deposito locomotive, più rari invece i casi che avevano visto coinvolti i macchinisti.
La malattia si era manifestata nel 2015, in linea con i lunghissimi tempi di latenza. L’anno successivo l’uomo, che abitava a Mira, era morto. Aveva 84 anni. Dal 1955 al 1990 aveva lavorato nella sede di via Parco Ferroviario.
Le testimonianze degli ex colleghi del macchinista raccolte nel corso del procedimento hanno confermato l’esposizione all’amianto durante i controlli che i macchinisti dovevano effettuare entrando nelle cabine dell’alta tensione e sulle carenature delle elettromotrici, nel corso degli interventi occasionali in caso di guasti, oltre che a causa della presenza di pannelli in amianto sulle resistenze degli impianti di riscaldamento presenti nella cabine di guida.
Il giudice ha accertato che le Ferrovie dello Stato non hanno concretamente e tempestivamente adottato le misure idonee a salvaguardare la salute dei lavoratori, omettendo di individuare materiali diversi in sostituzione all’amianto, di informare i lavoratori sulla pericolosità dell’amianto o di fornire loro tutti gli strumenti finalizzati a eliminare, o comunque ridurre significativamente, l’esposizione all’agente nocivo. Di qui la decisione di condannare la società per cui lavorava il macchinista a pagare quasi 750mila euro alle figlie dell’uomo.
Ora la sentenza potrà essere impugnata dalle Ferrovie in sede di appello. —
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