Dimezzate le condanne. Prescritti molti reati legati a droga e rapine
C'era solo un capo nella Mala del Brenta: Felice Maniero. Lui promuoveva, organizzava, dirigeva l'associazione mafiosa, gli altri erano semplici esecutori. La sentenza d'Appello del processo Rialto ha dimezzato le condanne del primo grado.

Da sinistra in senso orario il capo Felice Maniero: le sue confessioni hanno smantellato la banda. Di seguito Antonio Pandolfo, Silvano Maritan e Andrea Batacchi
C'era solo un capo nella Mala del Brenta. Era Felice Maniero. Lui promuoveva, organizzava, dirigeva l'associazione mafiosa, gli altri erano solo dei partecipanti dei semplici soldati. Ieri, in aula bunker a Mestre, la sentenza d'Appello del processo Rialto ha dimezzato le condanne del primo grado. Tra prescrizioni e assoluzioni escono 18 imputanti su 40. L'ex agente della Mobile, Antonio Papa, è stato assolto, mentre il maresciallo del Ros dei carabinieri, Angelo Paron, è stato assolto per l'associazione, ma condannato per la droga. Non c'erano colonnelli, non c'erano capi dei sottogruppi. C'era solo lui, Maniero, che decideva tutto, dagli omicidi al traffico di droga. Il gruppo dei Mestrini o quello del Veneto Orientale, che faceva capo a Silvano Maritan, partecipavano solo a quella che è stata definita la «Mafia del Brenta». Se in primo grado le condanne, complessivamente, ammontavano a 532 anni di pena, ieri in appello si è arrivati a meno della metà e cioè a 214 anni e 4 mesi. «L'impianto accusatorio è rimasto anche se va detto che lo spezzatino dei processi, che consente lo stralcio di posizioni e reati, fa perdere il quadro d'insieme di quanto accaduto», ha sottolineato dopo la lettura della sentenza il pg Francesco Saverio Pavone, il magistrato che questi malavitosi li ha combattutti per almeno vent'anni. E, per assurdo, ha ottenuto di più con le sue indagini e il primo processo per mafia alla Mala del Brenta che i suoi colleghi della Dda col pentimento di Felice Maniero. E mai come in questo caso la realtà storica è molto lontana dalla realtà processuale. È una sentenza che mette sullo stesso piano, da un punto di vista dello spessore criminale, banditi come Gilberto Boatto a un tale Ivo Ruzzon. La sentenza dice che entrambi partecipavano al «sodalizio mafioso», ma entrambi non decidevano nulla. Ben altro era uscito dai processi per gli omicidi attribuiti alla Mala del Brenta. Basti pensare all'omicidio dei fratelli Rizzi, deciso come ha stabilito la sentenza passata in giudicato, da Maniero e dal gruppo dei Mestrini. «È proprio questo che voglio dire. Si perde il quadro d'insieme, la valenza dei vari personggi», spiega ancora il dottor Pavone. Per assurdo, chi ha scelto il rito abbreviato in primo grado ed è uscito dal procedimento ha rimediato pene ben superiori ed è stato condannato magari per reati caduti ora in prescrizione o per i quali molti altri loro «compari» di vicende di malavita sono stati assolti. La gran parte dei reati riconducibili all'attività di spaccio e di rapina sono stati prescritti. Pochi i colpevoli per i quintali di eroina riversati in Veneto negli anni'80 e'90. Si aspettavano le prescrizioni, ma sono arrivate pure molte assoluzioni. Un successo per le difese, che hanno cercato di scardinare un procedimento basato soprattutto sui racconti di Maniero. Hanno sostenuto che il boss ha raccontato ciò che gli faceva comodo. Lui ha scelto le regole per gestire la resa, almeno per quanto concerne le assoluzioni dei suoi sodali, ma è stato sconfessato dalla corte d'appello di Venezia.
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