Fake news e linguaggio d’odio, Silvia Brena a Treviso Giallo: «Gli antidoti? Cura e autenticità»
La giornalista e scrittrice che ha co-fondato Vox – Osservatorio italiano sui diritti, presenta il suo libro sabato 21 marzo al Festival a Treviso: «Con l’uso dei social oggi abitiamo una meta realtà»

Silvia Brena, giornalista, ha diretto importanti testate femminili quali Io Donna e Cosmopolitan. Si occupa di comunicazione che insegna all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha fondato con la costituzionalista Marilisa D’Amico, Vox – Osservatorio italiano sui diritti, ed è membro del coordinamento della Rete nazionale contro i discorsi e i fenomeni di odio. Collabora con Amnesty International, Action Aid, Emergency nella formazione dei volontari per la strutturazione di pratiche di contro–narrazione e narrazione alternativa per combattere i discorsi d’odio.
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Ed è autrice di una serie di saggi su tematiche correlate con il mondo femminile, ma anche di romanzi il più recente di quali, “Il respiro dei viventi” (Linea Edizioni) verrà presentato sabato 21 marzo alle ore 17 al Museo Bailo nell’ambito del Festival Treviso Giallo che si è aperto mercoledì 18 marzo affrontando un tema più che mai attuale: quello della “Menzogna” correlata alle fake news, alla manipolazione e alla ricerca della verità anche tramite l’indagine scientifica.
Silvia Brena, anche nel suo romanzo emerge il tema della bugia, della verità tenuta nascosta.
«Il libro racconta la storia di una giovane neurobiologa che studia l’intelligenza delle piante e che sta completando gli studi a New York, quando riceve una lettera dalla nonna. Comincia ad intraprendere un viaggio a ritroso nel tempo. Scopre di avere radici ebraiche che non sapeva di avere, e che la nonna era stata una delle ragazze di Villa Emma, il gruppo di giovani profughi ebrei che si rifugiarono a Nonantola per sfuggire alla persecuzione nazista. La nonna custodisce per tutta la vita un segreto indicibile che ha causato anche la rottura del rapporti con la prozia. La ragazza la ritrova e fa pace col passato. Il tema del segreto di famiglia e della bugia della nonna che si era creata una vita parallela, appartiene a tutti noi».
In che modo il tema trattato dal romanzo ci riguarda tutti?
«Questo tema è interessantissimo. Ci sono studi molto importanti fatti da psicologi dell’Università di Gerusalemme, che rivelano come la memoria di abusi subiti passi attraverso la griglia delle generazioni. Analizzando gli incubi dei pronipoti di persone sopravvissute alla Shoah, che nulla sapevano, hanno scoperto che i disordini post trauma generano sofferenza alle generazioni future».
Il tema della menzogna, o del non detto, è quindi fondamentale.
«È fondamentale da tutti i punti di vista. La nostra è l’epoca delle fake news, lo dico da giornalista: le manipolazioni dei social rappresentano anche un assaggio della “inconsistenza”, tra mille virgolette, del concetto di verità. Indagini molto interessanti sono state fatte dall’Eurbarometro e dall’Osservatorio sui giovani dell’Università Cattolica. Hanno chiesto ai giovani se avevano percezione dell’esposizione alle fake news: il 66% ha dichiarato di essere stato esposto alle fake news, ma anche di non dare valore di verità a quello che incontrano. È come se fosse una meta realtà: si abitano dei sistemi differenti come le bolle di irrealtà dei social. Questo festival ha una bellissima impostazione perché partendo dalla narrativa in giallo ha uno sguardo che si apre».
L’Osservatorio sui diritti si occupa di linguaggio d’odio che si manifesta largamente attraverso i social.
«Mappiamo il linguaggio d’odio che è aizzato dalle fake news e aizza a sua volta. Sempre di più è il linguaggio dell’inautenticità. Innanzitutto si manifesta nella polarizzazione, sappiamo che il like o il dislike implica una reazione di qualche frazione inferiore se il contenuto è negativo; poi ci sono gli stereotipi negativi di cui sono intrisi. Vediamo da 10 anni che le donne sono le vittime più colpite. Il terzo elemento è la correlazione tra il linguaggio d’odio e il passaggio all’azione. Quando notiamo picchi di linguaggio d’odio notiamo che in quelle giornate ci sono stati dei femminicidi».
Cosa si può fare per cambiare rotta?
«Da giornalista dico che abbiamo una missione e un’opportunità storica: la ricerca e l’autenticazione delle fonti è il primo antidoto. Ma anche educare i ragazzi a distinguere elementi di meta realtà da elementi di autenticità. Le parole chiave sono autenticità e cura. Elementi che emergono nel mio romanzo dove il valore della narrazione è fondamentale, il saper vedere degli altri scenari. Mettere in scena punti di vista diversi e confrontarli con il nostro punto di vista. La terza parola è responsabilità, davvero centrale nel discorso dell’oggi».
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