Romeo De Berardin, il sarto autodidatta che cuce sogni al Carnevale di Venezia

Romeo De Berardin presenta “Olympus: alle origini del gioco”, la maschera più rappresentativa del Carnevale di Venezia 2026. Autodidatta, realizza ogni dettaglio a mano: pizzi, merletti, bottoni e simboli olimpici

Marta Randon
L'abito creato da Romeo De Barardin
L'abito creato da Romeo De Barardin

Fa tutto lui. Progetto, impalcature 3D, dettagli: pizzi, merletti, bottoni, ricami, fiocchi, cappelli, calzature. I cinque cerchi delle Olimpiadi li ha voluti nel copricapo, ampio, a mezzaluna. Per il colore ha scelto il rosso, omaggio a Valentino, all’omonimo Santo, alla passione che caratterizza lo sport. Le bandiere si rincorrono nel foulard in un arlecchino elegantissimo, nel bavero sono piccole spille allineate. Fotografatissimo al Carnevale di Venezia, qualche giorno fa l’ha immortalato pure Le Monde.

L’ultimo abito di Romeo De Berardin, 56 anni, imprenditore nel settore del wellness, un po’ padovano un po’ veneziano con origini ampezzane, questa mattina sarà presentato sul palco del Carnevale di Venezia come maschera più rappresentativa di questa edizione, dal titolo: “Olympus: alle origini del gioco”, omaggio alle Olimpiadi invernali in corso a Milano-Cortina. È un artista che cuce sogni a mano.

Romeo, come nasce questa passione?

«Amo l’arte».

Ha studiato come sarto?

«No, sono un autodidatta. I primi anni mi facevo aiutare per la parte sartoriale, negli ultimi faccio tutto io».

Maniaco del dettaglio?

«Non direi, però i dettagli al Carnevale di Venezia fanno la differenza. Ho imparato dai francesi nei ritrovi al caffè Florian in piazza San Marco e nelle feste a palazzo».

Feste a palazzo?

«Ogni Carnevale sono invitato a varie feste, alcune le organizzo io. Domani (stasera ndr), ad esempio, ne ho una a tema Valentino. È una mia creazione».

Com’è nato l’abito a tema “Olimpiadi”?

«Nasce da un pezzo di stoffa recuperato in un mercatino dell’usato a Vienna. Al tema olimpico si abbinavano le foglie di alloro, le bandiere. Le ho volute nel foulard perché si prestavano, in altre circostanze sarebbe stato un po’ pacchiano, le ho scelte anche come spille e nelle righe trasversali del pantalone».

Da quanti anni li cuce e quanti ne ha in tutto?

«Li penso e realizzo da una ventina d’anni. Ne ho circa 40».

Dove trova ispirazione?

«Dalla moda. Dai grandi stilisti, dalle riviste, dalle serie tv, dai libri. Un creativo attinge da più fonti. A volte mi sveglio di notte con un’idea».

Dove tiene tutti gli abiti?

«Ho comprato un appartamento a Venezia».

Li noleggia, vende, scambia?

«Non li vendo, né noleggio. Però faccio parte di una chat con creatori di costumi di Carnevale da tutto il mondo, 160 contatti. Ci confrontiamo e scambiamo qualche pezzo. In alcuni vestiti non ci entro più».

Quanti costumi prepara ogni anno?

«Ogni anno ne preparo quattro-cinque. Appena finito il Carnevale penso già ai prossimi. Di solito uno è ispirato al tema generale, gli altri ai temi delle feste».

Serve una buona dose di esibizionismo.

«Siamo tutti esibizionisti».

Perché ama travestirsi?

«È una forma d’arte e di psicoterapia. Sono un massaggiatore. Per anni sono stato vestito di bianco, come un gelataio. Per una settimana vince il colore. La gente a Carnevale si spoglia. La maschera ce l’ha tutto l’anno: al lavoro, in famiglia perché ha paura o non può mostrarsi davvero. Un operaio, ad esempio, per una settimana può sentirsi un principe, può apparire, essere fotografato. Ho visto personaggi famosi trasformarsi».

Attori, cantanti?

«Soprattutto politici»

Quanto costa confezionare abiti così?

«Intorno ai 4 mila euro. Se li confeziono risparmio un po’».

Quanto tempo ci vuole?

«Un mese se esce di getto, ma ci sono costumi ancora in produzione. Si possono modificare. Un abito è finito solo quando non lo metti più».

Un suo fallimento, l’abito riuscito male?

«Era il 2009, mi feci un vestito da angelo guerriero. La struttura delle ali non durò più di un’ora. Da allora niente più ali, piuttosto bastoni e campanelli per farsi largo nelle calli». —

 

Riproduzione riservata © La Nuova Venezia