Richard Gere il gentleman filosofo
Una pacata battaglia per i diritti civili e l'avversione per Bush alla Casa Bianca

Così belli, così impegnati. Dopo George Clooney il moro, che si spende per i diritti civili, e dopo Brad Pitt il biondo, che lotta per l'infanzia abbandonata del mondo, ecco Richard Gere dalle chiome ormai candide e con le rughe ben segnate, che chiede alla Cina di svelare le carte e mostrare al mondo le sue verità prima di ritenersi degna di ospitare le Olimpiadi. E che denuncia «l'oscuro male» che ha portato gli americani a eleggere per due volte Bush.
La vacanza è finita. A Venezia è già da qualche giorno assieme alla moglie nella pace del Cipriani alla Giudecca: ha festeggiato il compleanno, ha cenato con l'amico Clooney, ha passeggiato in città, ha anche assistito a una proiezione in Sala Grande mantenendo l'incognito. Ma al Lido è presente con due film: The Hunting Party di Richard Shepard, fuori concorso passato ieri a mezzanotte e I'm Not There di Todd Haynes, oggi in passerella alle 19 per Venezia 64. E dunque, è tempo di apparire.
Si presenta in abito informale e, sarà il buddhismo, sembra in perfetto invidiabile equilibrio con se stesso: sorseggia un caffè lungo, ha un modo elegante di muovere le mani per accompagnare il filo delle parole. Dice cose sagge con la forza di chi anche le pratica: in Bosnia lui c'era già andato, prima di girarci un film, perché chi ha fama e celebrità ha il dovere morale di usare il proprio potere per far accendere i riflettori nei luoghi dove si violano i diritti umani. Senza pontificare: «Non ho mai detto, come qualche giornale ha scritto, che alla Cina devono essere tolte le Olimpiadi. Ho semplicemente affermato che per essere degna di ospitarle deve aprirsi al mondo senza reticenze, deve spiegare come tratta le minoranze, deve giustificare la detenzione di molte persone incolpevoli, deve rendersi trasparente sul piano dei diritti umani».
Al tema di The Hunter Party è personalmente sensibile: «I criminali di guerra: tutti fingono di cercarli e nessuno li trova. Sono personaggi del male, i cattivi che escono dal nostro subconscio: in America per due volte è stato eletto Bush». Ma se i criminali venissero finalmente consegnati alla giustizia, non c'è in lui sete di giustizia: «La vendetta e la punizione non hanno posto nella mia mente e nemmeno nei miei sentimenti. Ma i responsabili dei massacri devono essere catturati per capire le ragioni dei loro comportamenti. Solo dalla comprensione può venire la crescita per l'umanità». Non predica, considera: come nel salotto di casa, tra amici che possono anche pensarla diversamente ma se ne può parlare. In questa Mostra che un giorno via l'altro ti mette sotto gli occhi i divi più irraggiungibili, Richard Gere senza clamori è quello che piace di più. Non contesta domande «irritanti» alle quali non dare risposta, come Clooney; non si nasconde dietro lenti scure e anzi, quasi per risarcire i fotografi dell'offesa patita il giorno prima da parte di Brad Pitt, posa tra loro.
In passerella è ben attorniato. Per il film di Shepard sarà anche con la bionda Diane Kruger, la cui parte si risolve in un cameo ma che ha voluto accompagnare ugualmente la presentazione: «Io sono europea, ricordo bene la guerra della ex-Jugoslavia. Sono orgogliosa di aver partecipato a questo lavoro».
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia
Leggi anche
Video








