Le promesse elettorali servono a poco

Certo, nessuno pretende dai candidati una bacchetta magica che cancelli i punti critici e restituisca al Veneto le glorie di un passato che comunque non potrà più tornare. Ma sarebbe auspicabile un plus di concretezza che puntasse su un futuro possibile

Francesco JoriFrancesco Jori
Giovanni Manildo e Alberto Stefani
Giovanni Manildo e Alberto Stefani

Il voto nel paese di Cuccagna. Spiegava Kruscev, vecchio intenditore: un politico è uno capace di promettere di costruire un ponte anche dove non c’è un fiume. Non arrivano a tanto Alberto Stefani e Giovanni Manildo, i due principali candidati alle regionali del Veneto.

Ma a seguire i loro interventi nelle prime battute di campagna elettorale, una domanda sorge spontanea: promesse e impegni esemplari, ma dove trovare le risorse economiche e umane per realizzarli tutti, dalla salute al welfare, dal lavoro alla casa, dall’ambiente alla mobilità?

“Vaste programme”, per ricorrere a un’ironica battuta del generale De Gaulle. Anche perché ci sono settori in cui il Veneto soffre di pesanti criticità da sanare: come la sanità, dove mancano medici e infermieri più che nel resto d’Italia, pregiudicando ogni programma; il territorio, con il rapporto Ispra che assegna alla regione l’infausto primato di consumo di suolo assieme alla Lombardia; il trasporto, con una mobilità sempre più caotica e infrastrutture il cui completamento è stile sior Intento, tipo l’alta velocità ferroviaria.

Tutti nodi che non si risolvono in una legislatura, e che richiedono in ogni caso l’integrazione con politiche nazionali, in un Paese allergico alle riforme ab illo tempore, quale che sia il colore dei governi.

C’è una netta distonia, tra gli scenari proposti dai candidati nel loro tour elettorale, e le emergenze segnalate dalle categorie economiche: che chiedono meno burocrazia (hai voglia…), meno pressione fiscale anche a livello locale, investimenti su logistica e infrastrutture, politiche per l’occupazione specie giovanile, misure concrete sulla sanità a partire da quella territoriale. In altre parole, non un’enciclopedia dell’esistente che finisce per ridursi al classico libro dei sogni; ma alcune concretissime priorità capaci di ridare ossigeno a un Veneto in evidente crisi di asfissia.

Alle narrazioni di rito proposte in questi anni sulla terra dei primati, si contrappone l’avvenuto sorpasso da parte della confinante Emilia-Romagna in una serie di parametri strategici: crescita del Pil, export pro capite, innovazione, infrastrutture, istruzione e ricerca, qualità dei servizi pubblici.

E’ una regione che sta perdendo posizioni anche in Europa. Il Veneto è sotto la media Ue in spesa per ricerca e sviluppo; cresce più lentamente delle aree-chiave continentali in produttività del lavoro; investe meno in transizione verde e digitale; soprattutto, presenta una demografia pesantemente tarata da crollo delle nascite, invecchiamento della popolazione e fuga all’estero di giovani qualificati, con riflessi micidiali sull’occupazione.

Non è certo un quadro da declino, ma è sicuramente un rallentamento, che significa perdere il passo rispetto alle realtà europee più competitive: per limitarsi a un raffronto con la regione più presa a modello in casa nostra, la Baviera investe tre volte più di noi in ricerca e sviluppo, ha un Pil quattro volte superiore, una disoccupazione metà della nostra, salari molto più consistenti, innovazione di gran lunga più avanzata.

Certo, nessuno pretende dai candidati una bacchetta magica che cancelli i punti critici e restituisca al Veneto le glorie di un passato che comunque non potrà più tornare. Ma sarebbe auspicabile un plus di concretezza che puntasse su un futuro possibile, da costruire comunque anche con sacrifici gravosi, individuando precise priorità. Altrimenti, visto anche il calendario, il rischio è che le promesse elettorali siano come i regali di Natale. Belli, finchè restano incartati.

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