Pedrocchi, il caffè dei sogni diventati incubi
Dagli anni Ottanta, con alterne vicende, il Caffè Pedrocchi conosce un progressivo inesorabile declino. Perse occasioni storiche, come quando venne bocciato il progetto di restauro di Carlo Scarpa

Fin dall’inizio, ha concorso a consegnare a Padova il logo della città delle tre “s”: a un Santo senza nome (Antonio è stato talmente unico da guadagnarsi il diritto di esser chiamato con il solo titolo), e a un Prato senza erba (ma riscattato alla grande dal degrado di mera palude dalla creatività di Andrea Memmo), il mitico Antonio Pedrocchi ha concorso ad aggiungere la caratteristica di un caffè senza porte, tenendo aperto h 24 il locale da lui creato.
Un plus, quest’ultimo, peraltro sospeso nei tre drammatici anni tra il 1916 e il 1918, quando una Padova tra i teatri primari della Grande Guerra era costretta a ricorrere all’oscuramento per non esporsi ai bombardamenti aerei.
Quel locale così prestigioso ha peraltro alle spalle un precedente modesto ma fondamentale. Già nel 1772 Francesco Pedrocchi, bergamasco di origine, apre una “bottega del caffè” in un punto strategico di Padova, tra l’università, il municipio, l’area delle piazze sede dei mercati, l’ufficio delle Poste, e la piazza dei Noli (oggi Garibaldi) da cui all’epoca partono le diligenze per le città vicine.
È idea vincente, anche perché già all’epoca in città esistono una quarantina di locali che ruotano attorno al consumo del popolarissimo caffè, e non soltanto.
Gli affari sono discreti; a lanciarli alla grande è il figlio Antonio, che nel 1800 eredita il patrimonio paterno, e intuendo le potenzialità dell’impresa un pezzo alla volta ingrandisce l’esercizio acquistando una serie di locali attigui.
Gli ci vogliono una ventina d’anni, ma alla fine è riuscito a mettere assieme un complesso insediato su un’ampia superficie. A quel punto, nel 1826, si rivolge a un’autentica archistar dell’epoca, Giuseppe Jappelli, incaricandolo di progettare “il Caffè più bello della terra”.
Veneziano di nascita, Jappelli si è trasferito a Padova, dove si è costruito una fama di prim’ordine firmando una serie di opere rilevanti, a partire dalla sede del Macello e dal parco Treves, e acquisendo un ruolo di prestigio nella borghesia cittadina.

Si mette al lavoro con entusiasmo, per dare corpo all’idea del suo committente di dare vita a uno stabilimento, comprendente locali destinati alla torrefazione, alla preparazione del caffè, alla “conserva del ghiaccio” e alla mescita delle bevande.
Il Caffè Pedrocchi apre i battenti nel 1831; cinque anni dopo, tocca al Pedrocchino, riservato alla pasticceria.
Il nuovo esercizio fa subito centro, diventando un punto di ritrovo trasversale, dai vip cittadini agli studenti universitari, ma gettonato anche dal popolino perché il lungimirante e generoso Antonio ha disposto che chiunque possa sedersi anche senza ordinare consumazioni, per chiacchierare o leggere libri e giornali. Alle signore, per giunta, vengono offerti fiori.

Il Pedrocchi conosce peraltro ore drammatiche nel rovente 1848 dei moti risorgimentali. L’8 febbraio si registrano violenti scontri tra studenti e cittadini da un lato, esercito austriaco dall’altro, che investono l’ateneo e il Caffè; due studenti vengono colpiti a morte, Giovanni Leoni e Giambattista Ricci; decine rimangono feriti.
Il tragico evento è tuttora ricordato da una targa affissa nella Sala Bianca, nel punto in cui è rimasto conficcato un proiettile.
Quando Antonio Pedrocchi si spegne, il 22 gennaio 1852, affida la sua creatura a un ragazzo che di fatto ha adottato, Domenico Cappellato, figlio di un suo garzone, che ne raccoglie al meglio l’eredità mantenendo il locale agli standard con cui è nato.

Infine, nel 1891, quando muore a sua volta, lascia quello straordinario patrimonio al Comune, con un vero e proprio impegno testamentario: “Faccio obbligo solenne e impativo al Comune di Padova di conservare in perpetuo, oltre la proprietà, l’uso dello Stabilimento come trovasi attualmente, cercando di promuovere e sviluppare tutti quei miglioramenti che verranno portati dal progresso dei tempi mettendolo al livello di questi e nulla tralasciando onde nel suo genere possa mantenere il primato in Italia”.
Così in realtà non sarà, perdendo anche occasioni storiche: come quando, alla fine della seconda guerra mondiale, si deve procedere a un significativo restauro, per il quale viene bocciato un progetto di uno dei massimi architetti contemporanei, Carlo Scarpa.
Dagli anni Ottanta, con alterne vicende, il Caffè Pedrocchi conosce un progressivo inesorabile declino, che rischia di dover modificare il riferimento alla terza “s”: dal Caffè senza porte, a quello senza, punto e basta.
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