Il Veneto festeggia i 90 anni di Andrea Zanzotto
Il miglior regalo per lo scrittore sarà la lettera del presidente Napolitano

PADOVA. Lunedì 10 ottobre Andrea Zanzotto compirà novant'anni. La festa è pronta, prima a Padova, al Pedrocchi, con la lettura del messaggio del presidente Napolitano, che ha voluto rendere un omaggio assolutamente non rituale al poeta trevigiano, poi a Pieve di Soligo: il posto della vita e della poesia. Qualcuno aveva anche sognato che nell'occasione potesse arrivare il Nobel, ma per Zanzotto conta probabilmente molto di più che sia arrivato in libreria un mastodontico Oscar Mondadori che contiene, in più di 1300 pagine, tutte le sue poesie, dalla prima raccolta «Dietro il paesaggio», edita nel 1951, fino all'ultima, «Conglomerati» che è del 2009. Nell'introduzione Stefano Dal Bianco, studioso padovano, una lunga confidenza con la poesia di Zanzotto di cui ha curato anche il Meridiano, paragona il percorso poetico lungo più di sessant'anni ad una spirale che dal suo centro naturale, Pieve di Soligo e le prime poesie, si allarga a dismisura, senza però mai perdere il rapporto vitale col punto di partenza.
C'è in effetti qualcosa di ossessivo nella poesia di Zanzotto, che proprio per questo non può essere una poesia facile. Ma è una ossessione nobile, che oscilla tra le due grandi passioni di Zanzotto, quella per la lingua e quella per il paesaggio. Pochi poeti hanno usato la lingua con la ricchezza, la varietà, la inventiva di Zanzotto. In qualche modo alla sua poesia basterebbe questo per essere grande. Zanzotto ha sempre avuto uno straordinario orecchio per la lingua. Diceva Montale: «A lui tutto serve: le parole rare e quelle dell'uso e del disuso; l'intarsio della citazione erudita e il perpetuo ribollimento del calderone delle streghe». Vero, ma parziale, perché dà l'impressione di un poeta chiuso dentro la lingua ed invece Zanzotto è anche altro, come sottolineava l'altro grande poeta italiano, Ungaretti: «leggendo le sue poesie vedrete vivere un paese frusto, vetusto, violento, feltrato, che di continuo si corrompe, si rigenera, un paese arioso, un paese d'incanti, d'idillio deturpato dalla tragedia». E dunque la centralità del paesaggio: lo strenuo tentativo di raccontare non la natura, ma il momento in cui la natura diventa paesaggio, orizzonte per l'uomo, habitat per la vita e inevitabilmente per la morte.
Quello che è straordinario è che i giudizi di Montale e Ungaretti, nonostante siano passati più di quarant'anni da quando sono stati formulati valgono perfettamente anche per una raccolta come «Conglomerati», segno di una fedeltà ai propri temi, alla propria poesia, che incredibilmente non è mai diventata ripetitività. Certo è ostico Zanzotto e forse per questo, oltreché per la sua ritrosia, non è mai arrivato al grande pubblico. La sua ricerca formale può spaventare, il suo dialogare, oltre che con i versi di Petrarca e Leopardi, anche con il pensiero di Heidegger e Lacan, non sempre diventa comprensibile per il lettore. Eppure la sua poesia è interamente leggibile, sia pur a livelli diversi. Basta accettare che sia una poesia spigolosa, urtante, perché è ricca di abbandoni, di aperture musicali e visive, ma sempre, ad un certo punto, c'è una improvvisa svolta: le meraviglie del paesaggio crollano su se stesse, il verso si infrange, la lingua si mette a balbettare, l'io si smarrisce, l'eco della grande poesia del passato si spegne nelle dissonanze della lingua pubblicitaria. C'è sconforto ma anche ironia in Zanzotto, e negli ultimi anni anche la veemenza della denuncia. Come se avesse deciso che, ad una certa età, dovere del poeta diventasse alzare la voce.
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