Il film del giorno

Un film al giorno per vivere in diretta le emozioni della 64esima Mostra del Cinema di Venezia
sabato 8 settembre

12 di Nikita Mikhalkov

Arriva a sorpresa, quando la Mostra sembra ormai in discesa, e colpisce tutti questo film che si ispira alla sceneggiatura di "La parola ai giurati", anno 1957, di Sidney Lumet: dodici giurati chiamati a decidere sul caso di un ragazzo nero accusato di aver ucciso il padre a coltellate. Cinquant'anni dopo, la storia si sposta a Mosca e sul banco degli imputati c'è un giovane ceceno. Dodici sono ancora i giurati, rinchiusi in una palestra che, fra gli attrezzi ginnici che evocano la forza, diventa camera di consiglio. Girato con tempi teatrali, "12" mostra dal chiuso di una stanza la Russia di oggi, le sue contraddizioni ma anche la sua profonda spiritualità. Dodici uomini, dodici verità, molti e pesanti gli interrogativi che restano sospesi nell'aria con un effetto sdoppiante sul fronte della suspence. E' un film da vedere per tutti: per coloro che vogliono godere di una buona opera, ma anche per chi amaportarsi a casa, dopo la visione, qualche tema sul quale meditare. Al momento, in Italia il film non ha ancora un distributore.

venerdì 7 settembre

CALLAS ASSOLUTA di Philippe Kohly

E' dedicato all'ultima diva questo bel film documentario, che ricostruisce la vita pubblica e privata, artisica e sentimentale di Maria Callas nel trentennale della sua morte. Irrimediabilmente attratta dal fascino della mondanità, infelice in un corpo che detestava e che arrivò ad addomesticare fino a diventare bellissima, la Callas è ancora oggi un mito irraggiungibile. Philippe Kohly, accompagnato quasi esclusivamente dalla voce di lei, ne restituisce un ritratto completo e toccante, dalla nascita alla morte, passando anche attraverso il disvelamento di un documento unico, l'atto di nascita del figlio Omero (nato morto dalla relazione con Aristotele Onassis). Il film sarà proiettato alla Scala di Milano il 16 settembre, nell'anniversario della morte della Callas, quando la divina sarà celebrata nei teatri di tutto il mondo; sarà amato dagli appassionati d'opera e anche da tutti coloro che sanno riconoscere, nella fatica del vivere, la sofferenza che sempre accompagna il dono di un talento divino.

giovedì 6 settembre

L'ORA DI PUNTA di Vincenzo Marra

Pensato per due anni, lavorato in 12 mesi, costato tre milioni di euro e già invitato al Festival di Toronto, "L'ora di punta" di Vincenzo Marra, terzo film italiano in concorso a Venezia dopo "Nessuna qualità agli eroi" e "Il dolce e l'amaro", segna se possibile il punto più basso della partecipazione nazionale al festival. E' un lavoro povero nei contenuti, poverissimo nei dialoghi, sufficientemente vuoto sul piano della recitazione e girato con risultati che fanno pensare alla fiction, nemmeno di qualità superiore. La storia del giovane ufficiale della Finanza corrotto, che diventa palazzinaro e in un battere di ciglia anche mandante di omicidi, che si fa mantenere da una signora in età e che riesce a regalare lo stesso anello a due donne diverse, non ha nulla da dire né sul piano della cinematografia, dove non lascia segno, né su quello sociale, dove la realtà è molto più tagliente e perfida. La recitazione di Michele Lastella, prestato al cinema dal teatro, non è sicuramente da ricordare anche se lui è certo di interpretare alla perfezione l'uomo-squalo che il regista voleva. La sonora risata che dalla platea di critici accompagna la scena di sesso con Fanny Ardant è spontanea e comprensibile, anche se non lusinghiera per una signora. Vincenzo Marra non fa una piega, alle critiche ribatte dicendo di aver fatto esattamente il film che voleva; la produzione conta di rientrare delle spese ma come bilancio è troppo piccolo, quando si va a rappresentare un paese in un festival.

mercoledì 5 settembre

UN BAISER, S'IL VOUS PLAIT di Emmanuel Mouret

Il protagonista non si è fatto vedere al Lido, e si può credere che non lo farà in futuro se non in condizioni blindate: l'ultima apparizione fu tema di polemiche perché il suo film venne fischiato, e soprattutto perché l'apparire della sua virilità fu sottolineata da un'esplosione di risate in sala. Stefano Accorsi non ne ha mai più parlato, ma all'epoca si era profondamente offeso. Torna, dunque, in sordina con questo film che passa nella sezione "Giornate degli autori" dove si vedono alcune tra le migliori produzioni proposte. La storia, come il titolo suggerisce, gira intorno a un bacio non dato. I piani narrativi si intrecciano su una trama di menzogne d'amore raccontate con tono lieve, complice e gradevole. Accorsi, che per amore della compagna Letitia Casta ha scelto ormai da anni di vivere in Francia, recita con scioltezza in francese e resta quell'ottimo attore che ricordiamo. Lo star-system italiano ha il difetto di costruire giovani divi per poi bruciarli in un meccanismo usa e getta dal quale solo i più intelligenti sanno ritirarsi a tempo, ed è capace di dimenticare un Accorsi perché arriva uno Scamarcio, destinato a sparire non appena qualcosa di nuovo si affaccia all'orizzonte. Troppo bravo, Accorsi, e troppo saggio per cadere nella trappola: la scelta di andarsene e tornare in sordina lo premia come uomo; questo film, che vale la visione, lo restituisce a chi apprezza il professionista senza soffermarsi a ogni costo sui dettagli di una ripresa.

martedì 4 settembre
IL DOLCE E L'AMARO di Andrea Porporati

Silenzio di gelo in sala, alla prima proiezione per la stampa, quando scorrono i titoli di coda (benvenuti) del piccolo film di Andrea Porporati, "Il dolce e l'amaro", secondo italiano in concorso a Venezia dopo "Nessuna qualità agli eroi" di Paolo Franchi. "Il dolce e l'amaro" è un film rinunciabile. E' una storia di mafia, già raccontata un milione di volte (anche se è vero che non basta mai) e quasi sempre in modo migliore: educazione di un piccolo siciliano a Cosa Nostra, i due amichetti bambini che crescendo si troveranno su sponde opposte, l'uno killer e l'altro magistrato, il boss che detta legge dal carcere dove è trattato come in un hotel cinque stelle, con tanto di caviale a colazione. Luigi Lo Cascio, con il pesante ciuffo sulla fronte che lo rende sempre uguale a se stesso, non ha espressioni e non dice niente di nuovo; Donatella Finocchiato è incastrata in una parte alla quale non riesce a dare un senso. Il regista Andrea Porporati dice di aver voluto raccontare "il ridicolo della mafia", ma se non sei Roberto Benigni e non pensi a Johnny Stecchino, giusto per fare un esempio, è meglio lasciar perdere. Dovrebbe essere divertente la sequenza con il siciliano che fa da interprete ai mafiosi rapinatori in trasferta in una banca del Nord: fosse stata solo una battuta si potrebbe anche sorridere, dopo due minuti il gioco stanca. Il cinema italiano, al Lido, può adesso contare solo su "L'ora di punta", di Vincenzo Marra.

lunedì 3 settembre
THE HUNTING PARTY di Richard Shepard

La buona ragione per vedere questo film, che si avvale delle interpretazioni di Richard Gere, Terrence Howard e Jesse Eisemberg, con un cameo di Diane Kruger, è nell'ambientazione. Assumendosi costi assicurativi elevatissimi, produzione e regista hanno voluto girare nella realtà di Sarajevo e nelle terre della ex Jugoslavia ancora oggi segnate dalla guerra. Avrebbero potuto scegliere un set in Bulgaria, tagliando i costi e anche i rischi, ma non avrebbero ottenuto la stessa resa. Avere poi nella troupe molti serbi, croati e msulmani bosniaci ha avvicinato tutto il cast ancora di più alla realtà. La storia è quella di un inviato di guerra uscito dal giro dopo una disgraziata diretta, di un giovane collega molto studiato e ancor meglio raccomandato ma totalmente privo di esperienza, e di un operatore che ha un passato in prima linea e un presente patinato. Si ritrovano tutti insieme per dare la caccia a un criminale di guerra, la Volpe, nel quale è facile riconoscere Karadzic fosse solo perché la parte è affidata a un suo sosia. Il tema è interessante ed è tratto in parte da una storia vera; però lo sviluppo è insufficiente, accade tutto troppo in fretta e con pesanti incongruenze: dare la caccia a criminali di guerra indossando maglioncini di cachemire come tocca fare al prestante Howard è già di per sé poco credibile. E' bene, comunque, arrivare fino alla fine di questo film, perché i titoli di coda dicono tutto e ancor meglio dell'intera pellicola. L'ultimo è una perla: per segnalare avvistamenti di criminali ricercati c'è un numero verde pubblicizzato ampiamente in tutto il territorio della ex Jugoslavia. Peccato che lo si possa digitare solo dagli Stati Uniti per gli Stati Uniti.

domenica 2 settembre
LA RAGAZZA DEL LAGO di Andrea Molaioli

Opera prima di Andrea Molaioli in concorso alla Settimana della Critica, "La Ragazza del lago" può contare sull'interpretazione di Toni Servillo, malinconico commissario napoletano trapiantato nel cuore della Carnia. Un film di genere, tratto dal libro della scrittrice norvegese Karin Fassum, che lo sceneggiatore Sandro Petraglia ambienta tra le montagne friulane, testimoni silenziose dell'omicidio della bellissima Anna, ritrovata senza vita sulle sponde di un lago. Il film si apre come un classico noir, con il commissario Sanzio che avvia le indagini e si scontra con i personaggi che ruotano attorno alla vita di Anna: Mario, il pastore che ritrova il cadavere, il fidanzato Roberto, Corrado Canali, il padre del piccolo Angelo morto pochi mesi di cui Anna è stata a lungo la baby-sitter. Quando si scopre che Anna era affetta da una grave malattia, il commissario si convince che ad ucciderla sia stato qualcuno che non voleva farla soffrire. Ma "La Ragazza del lago" non è un semplice noir: la trama principale si interseca con tutte le piccole grandi storie dei personaggi, cosicché alla fine ne esce un affresco di umanità diversa, autentica. Storie che si incrociano, uomini e donne che portano lontano dallo stereotipo del giallo. Nel cast Valeria Golino. Dieci minuti di applausi alla prima; da non perdere nelle sale.

sabato 1 settembre
IT'S A FREE WORLD di Ken Loach

Londra scopre lo sfruttamento degli immigrati, un fenomeno che in Italia è già ben noto e da anni ha dato, e continua a dare, i suoi disastrosi frutti. Il tema è complesso: da un lato gli sfruttatori, dall'altro gli sfruttati che supplicano di poter accedere anche alla più infima delle condizioni lavorative, pur di mangiare. Sopra di tutto, il cappello di una legge sempre assente, che minaccia ma non colpisce. Su questa base si sviluppa il racconto di Ken Loach per "It's a Free World", un mondo tanto libero da non avere più regole. Una trama in fondo già nota per quanto ben raccontata, in cui il vero elemento di novità è il fatto che a sfruttare siano due donne, a loro volta incapaci di trovare un punto cardinale nella vita. E' di Juliet Ellis la parte più sgradevole, e sgradevole al punto che nemmeno quando arriva ad essere minacciata e picchiata si può essere solidali con lei. La Ellis voleva a tutti i costi fare l'attrice e non ci riusciva; stava per rinunciare ed era sulla soglia di un lavoro da impiegata quando Loach l'ha scelta per questo film. Si presta alla parte con una impressionante capacità di essere quello che serve: volgare, spietata, schizofrenica tra il desiderio di essere una brava madre, o almeno provarci, e la capacità di affondare il coltello nelle vite degli altri. A Londra due milioni di immigrati lavorano in condizioni illegali, mentre gli infortuni sul lavoro, a causa della precarietà e della sempre minore esperienza, sono in spaventoso aumento. Da una parte c'è chi sopravvive nella roulotte non sapendo se domani mattina potrà guadagnare la giornata, dall'altra c'è chi sulla sua pelle si fa il 4x4. Vivono uno in fianco all'altro, in un contrasto indecente. E' quello che vediamo molte volte anche a casa nostra: forse il sapore sgradevole che lascia questo film è tutto qui: oggi, per assurdo, ti rendi conto meglio della realtà se la vedi trasportata in un racconto.

venerdì 31 agosto
REDACTED di Brian De Palma

Ci sono tanti e tanti validi motivi per vedere questo film di Brian De Palma, che solo un anno si presentò alla Mostra con un poco convincente "The Black Dalhia". Il primo, il più banale, è che è uno splendido film, di quelli _ non sono poi molti _ che non si potranno dimenticare. E' poi la costruzione a ghermire lo spettatore: in realtà, sono tanti film incastrati uno nell'altro, quello girato da De Palma, quello girato da un soldato che non lo finirà mai, quello di una reporter francese che indaga sui posti di blocco, quello degli spezzoni originali di documentario. Determinante la colonna sonora, che sottolinea in modo struggente le scene più agghiaccianti, indaga sui volti dei militari americani inviati in Iraq, accompagna vere immagini di guerra su "O dolci baci, o languide carezze", spiazzante, inatteso, dritto al cuore. E' un film nel quale la violenza sarebbe inaccettabile se non fosse violenza vera, vissuta, storia di oggi: diventa così documento e presa di coscienza, destinato ad accompagnarti perché quando hai visto non puoi dimenticare. Non lo stupro sulla ragazzina irachena, non il soldato americano decapitato, non le immagini inaccettabili, ma vere, dei bambini feriti e uccisi nella guerra. E' un film ma prima ancora è un documento: e le lacrime sgorgano dagli occhi degli spettatori in sala, uomini e donne, perché questi siamo noi, e vederlo è orribile ma mecessario. Cinque minuti di applausi chiudono la proiezione ufficiale. Se sapete accettare la realtà, non perdetelo.


giovedì 30 agosto
SLEUTH di Kenneth Branagh


Novanta minuti di alta tensione, nel faccia a faccia di due uomini che si contendono con ogni mezzo l'amore di una sola donna, evocata nei vestiti e in una fotografia. "Sleuth" (inutile cercare la traduzione del titolo, il riferimento è a un gioco di ruolo) è il film in concorso presentato da Kenneth Branagh, e per gli amanti del cinema puro è un'ora e mezza di piacere distillato. Grandissima prova d'attore, anzi d'attori, perché sullo schermo ci sono dall'inizio alla fine solo Michael Caine e Jude Law. Tanti i richiami al passato. Questo film, che in Italia arrivò come "Gli insospettabili", era già stato girato negli anni Settanta. Allora Caine aveva il ruolo che oggi è di Law (che di questo lavoro è anche produttore), mentre al posto di Caine c'era Lawrence Olivier. La sceneggiatura, sull'originale di Anthony Shaffer, è riveduta da Harold Pinter. Un pool di altissimo livello, per un risultato da non perdere. Da ricordare l'acciaio e il legno che ossessivamente si rincorrono nella casa che è unica scenografia, e il paranoico controllo a distanza della sicurezza. In un crescendo di tensione si gode il film; smaltite le emozioni, si riflette sulle prigioni nelle quali l'uomo di rinchiude: per orgoglio, per gelosia e per insicurezza prima ancora che per amore. La frase cult nel dialogo: "gli italiani non hanno cultura", "però fanno il miglior salame". Un consiglio: mai svelare il finale di questo film. Nessuno potrebbe esservi così amico da perdonarvelo.

mercoledì 29 agosto
REC di Jaime Balaguerò e Paco Plaza

Se vi piacciono le emozioni forti e le ambientazioni insolite, "Rec" di Jaume Balaguerò e Paco Plaza è un film da non perdere. E' un po' "Cassandra Crossing", in versione condomino, e un po' Rosemary's Baby; potrebbe ricordare "La notte dei morti viventi", ma certi corridoi da brividi riportano a "Shining". Piccola antologia del terrore, e dell'orrore: ma l'orrore è anche quello di una telecamera che vuole riprendere, solo riprendere, sempre riprendere e deve accadere qualcosa di veramente straordinario per riuscire a spegnerla. La storia si svolge tutta in una notte, tutta o quasi all'interno di un condominio dove una cronista con operatore al seguito arriva per un servizio dei più classici: mostrare ai telespettatori come i pompieri passano una notte di lavoro, tra piccole e grandi emergenze. Quella dell'intervento raccontato nel film sembrerebbe solo una piccola emergenza. L'interprete principale è Manuela Velasco, che ha esperienza reale di cronista in una tv locale, e si vede; da manuale i suoi occhi che in uno spietato primo piano sembrano schizzare dalle orbite per il terrore, e il crescendo spaventoso della sua professionalità spinta all'estremo sulla quale l'umana paura sembra addirittura faticare a farsi strada. Calorosamente applaudito dal pubblico della Mostra.

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