Fanny Ardant, sulla passerellail fascino stanco degli eroi sbagliati

Camicetta bianca, gonna e golfino neri, sul volto ancora evidenti le tracce del fascino che ammaliò Truffaut e che adesso ripiega su Michele Lastella. Lo sguardo fiammeggia, la giornata è dura: deve difendersi in contemporanea dell'attacco al film (non fa piacere a un'attrice, meno che mai a una signora, sapere che la sua scena di sesso è stata accolta da corali risate) e dagli strascichi della polemica. Sul primo fronte è una strategia di maniera («amo molto questo film»), sul secondo si appella alla «libertà di espressione, che è segno di una società ricca e sana», non sembra provare imbarazzi, cerca semmai di tagliare corto «sono qui per difendere un film in cui credo, non per parlare di terrorismo». Per essere più chiara: «Sono un'attrice del Festival di Venezia, non mi aspettavo le polemiche anche se non mi dispiacciono, sono sane. La mia era un'opinione personale, non certo una posizione politica e non volevo ferire i famigliari delle vittime». Di questi fatti, dice, «non sono un'esperta». Ciò di cui la signora Ardant non è esperta, ma che le evoca in ogni caso «passione e coinvolgimento», è un capitolo di storia che ha avvelenato (e a sprazzi ancora oggi avvelena) l'Italia. E' un irrimediabile cimitero che attraversa tutto il Paese e che nelle sole nostre province è costato il sangue di sei persone. Dovrebbe fare un ripasso: Padova, 17 giugno 1974: Graziano Giralucci, agente di commercio, 30 anni e Giuseppe Mazzola, pensionato, 60 anni, entrambi militanti del Msi; Padova, 4 settembre 1975: Antonio Niedda, 32 anni, appuntato della Polizia stradale; Mestre, 29 gennaio 1980: Sergio Gori, 48 anni, vicedirettore del Petrolchimico; Mestre, 12 maggio 1980: Alfredo Albanese, 33 anni, vicequestore di polizia; Mestre, 5 luglio 1981: Giuseppe Taliercio, 54 anni, direttore del Petrolchimico. Ad alcuni è rimasto un parco pubblico o uno stadio che porta il loro nome, ad altri un importante anche se tardivo riconoscimento dello status di vittima; tutti hanno lasciato vedove e figli, taluni così piccoli all'epoca da non poter avere nemmeno la consolazione di un ricordo.
A chi le chiedeva, in queste settimane, se non avesse paura a venire in Italia dopo le polemiche, Fanny Ardant ha sospirato un «no»: chi pensa in libertà deve, a suo avviso, essere recepito con altrettanta libertà di vedute. Non c'è tensione in effetti; piuttosto imbarazzo, ed è quasi peggio perché la tensione si stempera ma l'imbarazzo si attacca alla pelle. Servono acrobazie per districarsi dal groviglio di stupore e dolore provocato dalle sue sventate parole. Ci riesce il ministro Francesco Rutelli: «Sono in completo disaccordo con le dichiarazioni della signora Fanny Ardant, ma in questo paese c'è la libertà d'espressione: anche per chi critica la signora Ardant». Prende le distanze, spegne la polemica.
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